FEBBRAIO 2026
La vicenda del finanziamento deliberato dall’Ordine dei giornalisti a favore di Articolo 21 non è una semplice polemica interna, né l’ennesimo scontro tra correnti. È qualcosa di più profondo e grave: un corto circuito istituzionale che mette in discussione la credibilità dell’ente chiamato, per legge, a garantire autonomia, pluralismo e terzietà della professione giornalistica. Il punto non è la storia di Articolo 21, né il suo impegno pluriennale sui temi della libertà di stampa. Il nodo politico e istituzionale nasce nel momento in cui un Ordine professionale, ente pubblico non economico, decide di finanziare un’associazione che, in questa fase, opera di fatto come soggetto militante all’interno della campagna referendaria per il No alla riforma della magistratura. Una scelta che non solo appare inopportuna, ma contrasta apertamente con le stesse regole che l’Ordine si è dato. L’articolo 6 delle Linee guida su patrocini e contributi è inequivocabile: non possono ricevere fondi organizzazioni politiche o sindacali. È difficile sostenere che un’associazione inserita nella rete del Comitato per il No guidato da Giovanni Bachelet, impegnata pubblicamente e sistematicamente contro una riforma sottoposta a referendum, non svolga in questa fase una funzione politica. Far finta che questa evidenza non esista significa piegare le regole all’obiettivo, non applicarle in modo neutrale.
La spaccatura nel Consiglio nazionale – 33 voti favorevoli su 60 – fotografa un’istituzione divisa, ma soprattutto incapace di cogliere la portata del problema. La minoranza che ha votato contro, rappresentata anche da Francesca Filippi, non contesta il merito delle idee, bensì il metodo: finanziare una parte mentre si invoca la par condicio per giustificare la cancellazione di corsi di formazione sulla riforma Nordio è una contraddizione che rasenta l’autolesionismo. Da un lato si blocca il dibattito per evitare squilibri, dall’altro si stacca un assegno a un soggetto apertamente schierato. Se questa non è schizofrenia istituzionale, poco ci manca. Il problema, però, va oltre il singolo contributo. Così facendo, l’Ordine trasmette un messaggio devastante: che la neutralità è un principio elastico, applicabile solo quando conviene. Un segnale pericoloso in un momento storico in cui la categoria dei giornalisti è già sotto attacco, accusata – spesso a torto, ma non sempre – di faziosità, militanza e distanza dall’opinione pubblica. Decisioni come questa offrono argomenti a chi da anni chiede l’abolizione dell’Ordine o ne contesta la legittimità.
Non stupisce che la vicenda abbia rapidamente varcato i confini corporativi. Le parole del ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità nel governo Meloni Eugenia Roccella, che ha definito «allarmante» il finanziamento a un soggetto politico, e l’annuncio di un’interrogazione parlamentare da parte del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, certificano un danno ormai consumato: l’Ordine dei giornalisti è diventato esso stesso oggetto di contesa politica. Ancora più indicativa è la reazione di Andrea Cangini, Segretario generale della Fondazione Einaudi, che ha minacciato di stracciare la tessera. Al di là del gesto simbolico, il messaggio è chiaro: una parte del mondo giornalistico non si riconosce più in un’istituzione percepita come schierata, o quantomeno incapace di distinguere tra difesa dei diritti e attivismo politico. In definitiva, il caso Articolo 21 non è un incidente di percorso, ma il sintomo di un problema strutturale. Un Ordine che entra, anche indirettamente, nella battaglia referendaria perde la sua funzione di garante super partes e si espone a un sospetto permanente. In un momento in cui la fiducia nei media è ai minimi storici, perseverare su questa strada significa indebolire ulteriormente non solo l’istituzione, ma l’intera professione giornalistica. E il prezzo, come spesso accade, rischiano di pagarlo proprio quei giornalisti che nulla hanno a che fare con questo corto circuito.






