Avevamo già approfondito il tema della scrittura a mano con l’intervista a Francesca Biasetton, ma torniamo su questo argomento perché le implicazioni della sua progressiva scomparsa sono sempre più preoccupanti. La pratica della scrittura manuale insegna la pazienza, la precisione e il controllo del gesto, qualità sempre più rare nella nostra società. Il gesto dello scrivere mantiene un valore profondamente umano: è espressione di personalità, una traccia unica e irripetibile del nostro vivere. La vera sfida educativa del nostro tempo sarà trovare un equilibrio armonioso e bilanciato tra il digitale e l’analogico. La scrittura manuale è ben più di un semplice atto meccanico: è un esercizio di pensiero, un vero e proprio allenamento cognitivo, una forma di espressione personale che non possiamo permetterci di perdere. Mentre le penne raccolgono polvere nei portapenne e le dita volano sugli schermi dei telefoni, rischiamo di smarrire un’arte antica e un prezioso strumento di sviluppo cognitivo e di espressione umana, artistica e spirituale. Per concludere, quindi, il nostro viaggio nel mondo della calligrafia, abbiamo intervistato Luca Barcellona, artista, graphic designer e un nome di riferimento nel mondo della calligrafia moderna.
Lei ha portato la calligrafia nel mondo della street art e del design contemporaneo. Come si coniuga un’arte antica con le esigenze visive e comunicative del mondo moderno?
«Esattamente, è quello che ho sempre voluto fare: non arrendermi al fatto che tutta la creatività venisse partorita esclusivamente da un computer. È stato difficile soprattutto all’inizio, quando la mia formazione da grafico “analogico” si scontrava con l’avvento totalizzante della computergrafica, alla fine degli anni ‘90. È servita sicuramente una notevole forza di volontà: specialmente in materia di scrittura e tipografia, la gente è ormai abituata a digitare, e ad artwork generati dai software. Spesso lavoro con art director ed interlocutori più giovani di me, a volte sono stupiti dal fatto che il lavoro che consegno è fatto interamente a mano: questo implica che vada trattato in un certo modo rispetto al disegno vettoriale. Spesso devo armarmi di pazienza e spiegare, non c’è alternativa. Ti faccio un esempio: recentemente ho lavorato ai titoli per un film, piuttosto importante; il titolo principale era un lettering in stile vittoriano con parecchie decorazioni e ombreggiature, tutte disegnate a mano, che per arrivare al definitivo ha richiesto circa un mese di varie fasi e rework. Una volta terminato il lavoro la distribuzione USA ha richiesto la versione del titolo in inglese. Tempo di consegna: subito. Pensavano bastasse ridigitare il titolo. Sono riuscito a fare tutto in una mattinata con una full immersion intensissima, e buona la prima. Queste cose ovviamente quando vedi il film, non le sa nessuno, ma per me sono all’ordine del giorno, è una lotta continua, a volte estenuante, ma fino ad ora né sempre valsa la pena. Questo è un momento storico in cui tutto quello che non è sotto i nostri occhi, su uno schermo, tende a sparire e ad essere dimenticato. Ma quando i clienti si rendono conto della differenza posso dire che il mio lavoro sia ampiamente ripagato, perchè un prodotto con un buon lettering calligrafico verrà visto o utilizzato dalla gente, e questo significa che continuerà a far parte dell’immaginario collettivo»
Nei suoi lavori spesso mescola stili classici con elementi di graffiti writing. Quanto è importante per un calligrafo contemporaneo mantenere un piede nella tradizione e uno nell’innovazione?
«Se vuoi far parte del mondo del lettering, credo sia indispensabile conoscerne e rispettarne la storia. Agli stili di scrittura antichi e alle tecnologie di una volta si aggiungono quelle di oggi, quindi c’è semplicemente più scelta. Anche se c’è ancora molta confusione, ad esempio fra cosa sia il writing e la street art, questi movimenti cominciano ad essere storicizzati più seriamente, e quindi è legittimo e comprensibile che si fondano con la comunicazione visiva contemporanea. Chiaramente uno stile di scrittura equivale ad un tono di voce, ad una musica, ad un tipo di fotografia: più se ne conoscono più quello usato sarà pertinente per il progetto assegnato. Non userei mai un gotico per il manifesto di una mostra di manga: ma se fosse un gotico rivisitato, arrotondato, e con colori fluo? Potrebbe comunque funzionare. Vale sempre il vecchio adagio di conoscere le regole per poterle rompere»
Il lettering digitale sta prendendo sempre più piede. Come vede il futuro della calligrafia manuale in un mondo dominato dalla tecnologia?
«Purtroppo, non vedo benissimo il futuro della scrittura, intesa come grafia quotidiana usata per comunicare. Da sempre le nuove tecnologie hanno sostituito le vecchie per questioni di praticità. Se devo comunicare con qualcuno velocemente, sarà più probabile che vinca la dettatura di un messaggio su un dispositivo rispetto al tirare fuori un taccuino e una penna. La scrittura a mano ha un grande impatto sulle capacità connettive cerebrali, sulla memoria e la coordinazione occhio-mano, oltre a stimolare l’attività cognitiva, e vale anche per il disegno. Questo lo dicono le neuro scienze. E con il corsivo, si riescono a fissare le parole sulla carta anche più velocemente, perchè un buon corsivo permette di staccare il meno possibile la penna dal foglio. Con la perdita della scrittura, si perdono anche queste capacità, la possibilità di esprimerci attraverso il trasferimento dei pensieri sottoforma di segni, che sono tutti diversi, mentre digitando i messaggi si standardizzano. Inoltre, non scrivendo, le persone saranno sempre meno in grado di leggere cose scritte a mano, questo lo ho sperimentato di persona. Quello che invece sopravviverà probabilmente è la bella scrittura; il lettering disegnato a mano in tutte le sue forme, perchè sarà sempre più raro trovare qualcuno che ci si dedichi professionalmente»
Durante i suoi workshop, quali sono le difficoltà più comuni che incontra chi si avvicina alla calligrafia per la prima volta?
«Nei miei workshop dedico del tempo alla postura, alla posizione corretta del corpo e alla filosofia che c’è dietro ad una disciplina, facendo paragoni con sport, musica, arti marziali: questo per far capire che è normale non ottenere dei risultati subito. Ma esorto gli studenti a confrontare il primo e l’ultimo foglio scritto, anche in un corso di soli due giorni, perchè si rendano conto che i progressi ci sono eccome. Questo mi aiuta ad alleggerire la frustrazione di quelli che pensano di saper scrivere dopo poche ore. Cerco invece di spronare gli studenti a godersi il percorso, il “qui ed ora”, senza avere l’ansia di mostrare quello che fanno ma di vivere la calligrafia come un tempo di qualità dedicato a sè stessi».
Come è cambiato il suo approccio alla calligrafia nel corso degli anni? C’è un progetto che considera particolarmente significativo nel suo percorso?
«Sicuramente sono più aperto alle sperimentazioni. La scrittura può andare a finire su un’etichetta di vino, su una copertina di un libro o di un disco, ma anche essere utilizzata nella realtà virtuale, nei titoli per il cinema, per delle performance artistiche o per grandi opere su parete. Ogni volta che ho accettato una di queste sfide, non ho pensato di rifiutare perchè non l’avevo mai fatto, ma che sarebbe stata una grande opportunità per imparare qualcosa di nuovo. Esperienze prima di tutto: sia quelle positive che non, sono fatte di incontri con persone ed ambienti lontanissimi dal mio, che mi hanno fatto scoprire mondi impensabili ed hanno arricchito il mio sapere, e migliorato il mio modo di vedere il mondo. Non è poco»
Nota differenze tra uomo e donna nella nobile arte del lettering e della calligrafia?
«Resto sempre stranito quando mi chiedono “una scrittura femminile” o “maschile”. Gli stili classici sono codificati, c’è un metodo (ductus) per scriverli seguendo delle regole precise. Che poi uno abbia un tratto più nervoso, più calcato o più leggero, credo dipenda dallo stato d’animo e dall’indole di una persona, e credo che queste caratteristiche non siano riconducibili alla nostra natura sessuale, ma al nostro spirito nel momento in cui ci esprimiamo»
Elisa Garfagna
giornalista






