SETTEMBRE 2025
Nonostante la devastazione del terremoto, la vera tragedia che si consuma in Afghanistan ha radici ben più profonde: le rigide norme imposte dai talebani che condannano a morte le donne bloccate sotto le macerie. La loro possibilità di salvezza viene azzerata da un’ideologia che le priva della libertà di movimento e di assistenza. Le donne afghane vivono in una prigione a cielo aperto dove ogni loro azione è controllata da un accompagnatore maschile, il mahram. Questa regola, che impedisce loro di uscire di casa da sole, si trasforma in una condanna a morte in caso di disastri naturali. Se una donna rimane intrappolata sotto le macerie, non può fuggire da sola e non può essere salvata da soccorritori maschi che non siano parenti. Questo paradosso crudele significa che, mentre gli uomini fuggono e si salvano, le donne attendono un soccorso che, per legge, non può arrivare. Reportage della BBC e del New York Times hanno documentato casi di intere famiglie dove solo i maschi sopravvivono, mentre madri, sorelle e figlie muoiono perché non possono essere aiutate in assenza di un parente maschio.
Bibi Aysha, una giovane di 19 anni residente nella provincia di Kunar, ha ricordato con dolore: «Eravamo radunate in un angolo, nessuno si è avvicinato. Eravamo ferite, sanguinanti, e l’aiuto sembrava irraggiungibile». E mentre l’Europa sembra assopita, queste parole raccontano la tragedia invisibile che si consuma ogni giorno, oltre le macerie e che mette al centro l’agghiacciante peso delle leggi discriminatorie e delle restrizioni di genere.
Anche quando le donne vengono finalmente estratte dalle macerie, la loro sofferenza non finisce. Le stesse restrizioni che impediscono il salvataggio si applicano al sistema sanitario. La mancanza di personale medico femminile, risultato del divieto per le donne di studiare e lavorare in ambito sanitario, rende quasi impossibile l’accesso alle cure. Le ferite si infettano, le emorragie non vengono trattate, e le condizioni precarie dei campi profughi si trasformano in una trappola mortale. Secondo il New York Times e la Reuters, in molte aree colpite le donne rimangono nascoste e inavvicinabili, anche per gli operatori umanitari, a meno che un mahram non sia presente e dia il permesso.
Le Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie hanno più volte invitato il regime talebano a rimuovere queste restrizioni, affermando come impediscano anche ai soccorritori donne di operare liberamente e mettano a rischio la vita di migliaia di donne e bambine. Nonostante questi appelli, il regime ha mantenuto la linea dura, sostenendo di applicare i dettami della legge islamica nel modo più rigido possibile, ignorando le conseguenze umanitarie estremamente gravi. Nel frattempo, nelle province più colpite come Kunar e Paktika, la crisi umanitaria si aggrava senza sosta. Operatori umanitari come Tahzeebullah Muhazeb raccontano di una presenza femminile quasi invisibile nelle operazioni di soccorso, un peso aggiunto ai danni materiali e umani provocati dal sisma. Le donne afghane sono vittime di una discriminazione sociale e politica che amplifica la tragedia naturale, lasciandole spesso senza alcuna speranza di assistenza adeguata. Il terremoto è stato un evento naturale devastante che ha amplificato ulteriormente un sistema che discrimina e uccide in nome dell’ideologia religiosa estremista talebana, che decide chi merita di essere salvato e chi no.
Elisa Garfagna
giornalista






