MAGGIO 2026
La nuova crisi energetica globale sta allargando la frattura economica negli Stati Uniti, creando un Paese sempre più diviso tra chi trae vantaggio dall’impennata del petrolio e chi invece fatica ad arrivare alla fine del mese. È quanto emerge da un’analisi pubblicata dal The Wall Street Journal, che descrive come la guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz abbiano provocato uno shock energetico capace di ridisegnare consumi, investimenti e distribuzione della ricchezza negli Usa. Secondo i dati elaborati utilizzando le rilevazioni OPIS sui carburanti e le statistiche federali sulla domanda, gli americani avrebbero speso circa 45 miliardi di dollari in più per benzina e diesel rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un aumento che pesa soprattutto sulle famiglie a basso e medio reddito, costrette a destinare una quota crescente dello stipendio ai costi energetici. Per milioni di persone, l’aumento del carburante si traduce in minori consumi, maggiore indebitamento e un progressivo deterioramento delle condizioni economiche. Parallelamente, però, il settore energetico vive una fase completamente diversa. Le grandi compagnie petrolifere e del gas stanno registrando profitti enormi, mentre gli investitori vedono aumentare il valore dei propri portafogli. Secondo il quotidiano americano, i guadagni delle società energetiche hanno contribuito a sostenere i mercati finanziari statunitensi, già spinti dal boom dell’intelligenza artificiale e dalla corsa dei titoli tecnologici.
Donald Trump aveva costruito gran parte della sua campagna elettorale sulla promessa di ridurre drasticamente i costi energetici per i cittadini americani. Oggi, però, il presidente si trova ad affrontare un quadro molto diverso: il rincaro del petrolio sta colpendo la fiducia dei consumatori e alimentando il malcontento sociale. Nonostante questo, Trump continua a sostenere che gli Stati Uniti, grazie alle proprie risorse energetiche e alle esportazioni record, siano tra i principali beneficiari della crisi. Una visione contestata da numerosi economisti. Isabella Weber, docente di economia all’Università del Massachusetts Amherst, ha spiegato al Wall Street Journal che gli shock petroliferi funzionano come una gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Secondo la sua ricerca sugli effetti economici della guerra tra Russia e Ucraina, circa metà degli extra-profitti generati dal comparto energetico statunitense nel 2022 sarebbe finita nelle mani dell’1% più ricco della popolazione. Nel frattempo il settore energetico dello S&P 500 ha registrato una crescita del 32% dall’inizio dell’anno, offrendo una protezione agli investitori contro l’inflazione. I dati della società di analisi Geologic mostrano che nel primo trimestre il flusso di cassa libero combinato di colossi come Exxon Mobil, Chevron, BP, Shell e TotalEnergies è cresciuto dell’84% rispetto al trimestre precedente, raggiungendo circa 36 miliardi di dollari. Anche le aziende petrolifere statunitensi di dimensioni minori hanno registrato incrementi superiori al 50%.
La persistente crisi nello Stretto di Hormuz continua inoltre a sostenere le quotazioni del greggio. Dal primo aprile il petrolio statunitense ha viaggiato attorno ai 99 dollari al barile, con un incremento vicino al 60% rispetto all’anno precedente. La riduzione delle spedizioni energetiche attraverso il Golfo Persico sta producendo effetti lungo tutta la filiera mondiale: oleodotti, raffinerie, compagnie marittime e produttori di carburanti stanno beneficiando di margini più elevati. Nonostante i profitti record, il settore non sembra intenzionato ad aumentare significativamente le trivellazioni. Secondo Baker Hughes, il numero di piattaforme petrolifere attive negli Stati Uniti è diminuito dell’11% nell’ultimo anno. Anche l’occupazione nel comparto estrattivo resta vicina ai livelli più bassi dal 1972. Una trasformazione che riflette il cambiamento del modello energetico americano: meno occupazione e maggiore automazione, ma margini finanziari sempre più elevati per gli azionisti.
L’impatto sui consumatori, invece, si fa sentire in maniera crescente. Secondo JPMorgan, se i prezzi della benzina dovessero rimanere vicini ai livelli attuali fino al 2026, gli americani potrebbero spendere fino a 172 miliardi di dollari in più rispetto allo scorso anno soltanto per il carburante. Una cifra che non include il gasolio. Le differenze sociali stanno emergendo con forza anche nei consumi. Il Bank of America Institute rileva che le famiglie più abbienti continuano ad aumentare le spese per viaggi, turismo e servizi, mentre i nuclei a basso reddito stanno tagliando gli acquisti. Diverse aziende americane rivolte alle fasce popolari, tra cui catene di fast food e società di pegni, hanno segnalato nei recenti bilanci un forte impatto negativo dovuto all’aumento della benzina. Anche le stazioni di servizio registrano un cambiamento nei comportamenti. Uno studio della Federal Reserve di New York mostra che le famiglie con redditi inferiori a 125 mila dollari annui hanno ridotto sensibilmente il carburante acquistato durante gli ultimi rincari. Al contrario, i consumi delle famiglie più ricche sono rimasti sostanzialmente stabili grazie alla crescita del patrimonio finanziario e dei rendimenti di Borsa. Secondo il Wall Street Journal, la crisi energetica provocata dalla guerra con l’Iran non sta quindi colpendo tutti allo stesso modo. Da una parte ci sono investitori, compagnie petrolifere e grandi gruppi finanziari che beneficiano dell’impennata del greggio; dall’altra milioni di americani costretti a fare i conti con prezzi sempre più alti e salari che non riescono più a tenere il passo con il costo della vita.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






