LUGLIO 2025
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra attribuire un valore intrinseco ai dazi, indipendentemente dalla loro efficacia. La sua più recente e discutibile mossa in tal senso è l’introduzione di un’imposta del 50% sulle importazioni di rame, una decisione che ha provocato un vero e proprio terremoto sui mercati, con effetti negativi soprattutto per i settori industriali statunitensi che dipendono da questa materia prima fondamentale.
Il rame come ricorda in un suo approfondimento il Wall Street Journal, è un elemento chiave per l’edilizia e la manifattura ed è spesso considerato un indicatore dello stato dell’economia. Nonostante il rallentamento della crescita globale, quest’anno i prezzi del metallo rosso sono saliti. Il provvedimento firmato da Trump lo scorso febbraio, che ha dato il via a un’indagine sulla sicurezza nazionale ai sensi della Sezione 232 per le importazioni di rame, ha spinto aziende e operatori a fare incetta di scorte. Sebbene i risultati dell’inchiesta non siano ancora stati resi pubblici, l’annuncio dell’imposizione dei dazi da parte di Trump ha scatenato una corsa frenetica alle importazioni. Martedì i prezzi hanno toccato livelli record, dopo che il Presidente ha comunicato l’applicazione della tariffa del 50%, prevista per il 1° agosto. Le imprese stanno cercando di assicurarsi le forniture prima che la misura entri in vigore.
«Il rame è essenziale per semiconduttori, velivoli, navi, munizioni, data center, batterie al litio, radar, sistemi antimissile e persino armamenti ipersonici, che stiamo producendo in quantità», ha dichiarato Trump su Truth Social. «Perché i nostri ridicoli (e Sonnacchiosi!) ‘Leader’ hanno distrutto questo settore vitale?». Un’osservazione che pero’ si smentisce da sola. È corretto dire che il rame è strategico per la difesa, ma gli Stati Uniti ne producono a sufficienza per coprire i fabbisogni militari. La produzione nazionale soddisfa circa il 50% della domanda interna, che è in larga parte legata a costruzioni, impianti elettrici e idraulici, trasporti e macchinari industriali.
È vero anche che la Cina detiene una posizione dominante nella raffinazione del rame. Pechino controlla il 42% della capacità mondiale di raffinazione primaria, in netta crescita rispetto all’11% del 2002, mentre la quota statunitense è scesa dal 10% al 4%. Tuttavia, gli Stati Uniti non sono vincolati alla Cina per le proprie importazioni: il 65% proviene dal Cile, il 17% dal Canada e il 9% dal Messico, tutti Paesi con cui Washington ha accordi di libero scambio. Trump sostiene che i dazi aiuteranno a rilanciare un’industria americana del rame «DOMINANTE». Ma questo obiettivo richiede ben più di un’imposta doganale. Uno dei principali ostacoli allo sviluppo di nuove attività estrattive e metallurgiche è l’enorme burocrazia ambientale: per aprire una miniera negli Stati Uniti servono in media 29 anni, il secondo periodo più lungo al mondo dopo lo Zambia. La costruzione e autorizzazione di una nuova fonderia può richiedere oltre cinque anni. Se davvero vuole rafforzare la filiera nazionale, il Presidente dovrebbe rimuovere gli ostacoli normativi e chiedere al Congresso di riformare il National Environmental Policy Act, da tempo strumentalizzato da gruppi ambientalisti per bloccare ogni progetto industriale.
Nel frattempo, però, i dazi non incentiveranno la creazione di nuovi impianti di raffinazione, che resterebbero comunque impantanati in cause legali. Le imprese americane si troveranno a pagare il 50% in più per un metallo cruciale, mentre aspettano anni per un potenziale aumento dell’offerta interna. Come possa questo incremento dei costi per costruire aerei, navi o sistemi d’arma rafforzare la sicurezza nazionale è una domanda legittima. Al contrario, si rischia una vera e propria insicurezza strategica. Il crescente controllo cinese sui minerali critici è effettivamente una minaccia geopolitica. Le sovvenzioni di Pechino e la sua normativa ambientale flessibile hanno messo in crisi la competitività delle fonderie straniere. Quest’anno, la Cina come ricorda il quotidiano finanziario americano ha già limitato le esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti, spingendo l’amministrazione Trump ad allentare proprio quelle restrizioni commerciali e doganali verso Pechino. Per proteggersi, gli Stati Uniti dovrebbero rafforzare le alleanze e costruire una coalizione globale per contrastare le politiche predatorie cinesi e ridurre la dipendenza internazionale da Pechino. Un patto multilaterale sui minerali strategici sarebbe una mossa intelligente. Al contrario, i nuovi dazi sul rame rischiano di allontanare anche gli alleati più fidati, inducendoli a guardare alla Cina come partner più stabile di quanto lo sia oggi Washington.
Stefano Piazza
vicedirettore IUS101






