MAGGIO 2026
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC, assestando un colpo significativo al cartello petrolifero in un momento già segnato dalle tensioni legate al conflitto con l’Iran, che sta ridefinendo equilibri geopolitici e strategie energetiche globali. Come riportato dal The Wall Street Journal, la decisione arriva mentre «la guerra in Iran sconvolge alleanze e priorità di investimento tra i principali produttori di petrolio». Il ritiro del terzo produttore del gruppo indebolisce ulteriormente un’alleanza che, pur contribuendo a circa il 40% dell’offerta mondiale di greggio, risulta da tempo frenata da divisioni interne e dalla crescita della produzione americana. Secondo il quotidiano statunitense, il blocco è stato «ostacolato dalla disunione interna e dall’aumento dell’output statunitense». Il contesto si è aggravato con la crisi regionale: la guerra in Iran ha accentuato le fratture tra i Paesi arabi e portato alla paralisi dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per l’export energetico globale. In questo scenario, l’OPEC si è trovata incapace di intervenire efficacemente proprio nel momento di maggiore shock dell’offerta.
Abu Dhabi, tuttavia, parte da una posizione più favorevole rispetto ad altri membri. Come evidenziato dal Wall Street Journal, gli Emirati possono aggirare il blocco dello stretto instradando «oltre metà delle proprie esportazioni attraverso il territorio nazionale» . L’uscita dall’organizzazione permetterà quindi maggiore libertà negli investimenti e nella pianificazione produttiva. Negli ultimi anni, gli Emirati avevano già manifestato crescente insofferenza verso i limiti imposti dalle quote OPEC, chiedendo maggiore margine per aumentare l’estrazione. Il progressivo deterioramento dei rapporti con l’Arabia Saudita ha accelerato questa deriva, trasformando una tensione latente in una rottura strategica. «La decisione di uscire dall’OPEC rientra in una scelta più ampia di tracciare un percorso autonomo nelle alleanze», ha spiegato Eric Alter, citato dal Wall Street Journal, sottolineando il tentativo di Abu Dhabi di ridefinire la propria collocazione internazionale .
Gli Emirati hanno inoltre annunciato l’intenzione di abbandonare anche l’OPEC+, il formato allargato che include la Russia, per poi aumentare gradualmente la produzione. Una mossa che, secondo diversi analisti, priva il cartello di uno dei suoi strumenti più importanti: la capacità inutilizzata, essenziale per influenzare il mercato e reagire agli shock. La portata dell’uscita è rilevante anche sul piano numerico. Sempre secondo il Wall Street Journal, la defezione emiratina elimina circa il 13% della capacità produttiva complessiva dell’OPEC, compromettendo la sua capacità di gestione del mercato . Nonostante ciò, la reazione dei mercati è stata contenuta: il Brent è rimasto stabile poco sopra i 104 dollari al barile, segno che gli operatori guardano più alle tensioni geopolitiche che alla dinamica interna al cartello. La decisione si inserisce in un trend più ampio. Dopo l’ascesa dello shale oil statunitense, l’influenza dell’OPEC si è progressivamente ridotta, anche se l’alleanza con Mosca aveva temporaneamente rafforzato il suo peso. Oggi, però, gli attacchi iraniani e le difficoltà operative nello Stretto di Hormuz stanno erodendo ulteriormente la capacità del gruppo di incidere sulle dinamiche dei prezzi. Gli Emirati sono stati tra i Paesi più colpiti dal conflitto, con oltre 2.800 tra droni e missili lanciati contro il loro territorio. Questo ha alimentato malcontento interno, anche per il sostegno giudicato insufficiente da parte degli altri Paesi arabi. Il conflitto ha inoltre colpito il modello economico emiratino, basato su stabilità e attrattività internazionale. Il crollo del turismo, le interruzioni nei voli e la fuga di molti espatriati hanno reso ancora più centrale il ruolo delle entrate petrolifere.
Liberandosi dalle quote OPEC, Abu Dhabi acquisisce ora la flessibilità necessaria per aumentare la produzione secondo le proprie esigenze. Con una capacità di circa 4,8 milioni di barili al giorno – ma una produzione limitata a 3,4 milioni sotto il sistema delle quote – il Paese potrà sfruttare pienamente il proprio potenziale. Allo stesso tempo, l’indipendenza consentirà di rafforzare la sicurezza delle rotte energetiche, con investimenti in infrastrutture terrestri per bypassare Hormuz e ridurre la vulnerabilità a eventuali blocchi. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, l’uscita degli Emirati rappresenta «il colpo più duro di sempre» per l’OPEC e apre interrogativi sulla sua stessa sopravvivenza . Un segnale che il sistema costruito negli ultimi decenni potrebbe entrare in una fase di trasformazione irreversibile.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






