Mentre in Iran si svolgono in funerali degli oltre trenta comandanti di Guardiani della Rivoluzione, delle decine di ufficiali di polizia e dell’intellingence e di almeno quattordici scienziati nucleari Ali Khamenei ha parlato ancora una volta alla nazione, vestendo i panni del vincitore. In un discorso dai toni solenni, la Guida Suprema della Repubblica Islamica ha definito «una vittoria storica» la reazione dell’Iran alla recente ondata di attacchi israeliani contro i suoi siti nucleari. Ma dietro la retorica trionfalistica, la realtà strategica del Paese racconta una storia ben diversa: l’Iran è uscito indebolito, isolato e colpito nel cuore della sua infrastruttura militare e tecnologica.
La narrativa ufficiale di Teheran ruota attorno alla «resistenza» contro l’Occidente e alla capacità del regime di mantenere la propria sovranità nonostante le «aggressioni sioniste». Tuttavia, i fatti mostrano che Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un attacco chirurgico devastante, colpendo gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan. Secondo fonti di intelligence occidentali, gran parte della capacità di arricchimento dell’uranio è stata compromessa, e ci vorranno anni per ricostruirla.Nonostante ciò, Khamenei insiste: «Abbiamo dimostrato al mondo che l’Iran non si piega». Ma le sue parole arrivano in un momento in cui la guida suprema è sempre più isolata anche sul fronte interno. Le proteste popolari, le tensioni con la Guardia Rivoluzionaria e l’instabilità economica minano la legittimità di un potere fondato sul controllo e sul mito della resistenza. A peggiorare il quadro, anche il fronte regionale non offre sollievo. Hezbollah, l’alleato libanese dell’Iran, è sotto pressione costante al confine con Israele, mentre in Iraq e Siria le milizie pro-iraniane sono bersaglio continuo di raid aerei e operazioni clandestine.
Perfino lo Stretto di Hormuz – storicamente utilizzato da Teheran come leva strategica – non è più un’arma credibile: minacciare la sua chiusura significherebbe danneggiare le stesse esportazioni iraniane, oltre a colpire duramente la Cina, principale partner energetico del regime. Infine, l’Iran si ritrova oggi privo del sostegno diplomatico di cui godeva fino a poco tempo fa. La mediazione cinese tra Teheran e Riad si è arenata, Mosca – distratta dalla guerra in Ucraina – è meno interessata a sostenere lo sforzo iraniano, e i Paesi del Golfo hanno rafforzato i propri legami militari con Washington e Tel Aviv. La «mezzaluna sciita» costruita in due decenni si sta sgretolando sotto i colpi della controffensiva israeliana e dell’isolamento internazionale oltre alla sanzioni americane. Ali Khamenei può ancora vantarsi di guidare una «nazione in lotta», ma quella che si profila è l’immagine di un potere in totale declino. Dietro il linguaggio bellico e l’ostentata sicurezza, il regime iraniano ha incassato uno dei colpi più duri della sua storia recente. E mentre la Guida Suprema celebra una vittoria immaginaria, il suo Paese fa i conti con una realtà inesorabile: l’Iran ha perso su tutta la linea.
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






