GENNAIO 2026
Zohran Mamdani entra nella storia di New York come primo sindaco musulmano e di origine sud-asiatica, ma il modo in cui sceglie di farlo racconta molto più della semplice rottura di un soffitto simbolico. Giurare sul Corano nella più grande comunità ebraica del mondo fuori da Israele non è stato un gesto privato di fede né una formalità rituale. È stata una decisione politica consapevole, studiata, destinata a dividere prima ancora che a unire. Mamdani ha presentato il proprio insediamento come una sfida ideologica, promettendo di dimostrare al mondo che «la sinistra è in grado di governare». Ma già dalle prime ore è apparso chiaro che il suo progetto non passa per la mediazione istituzionale, bensì per l’affermazione identitaria. La prima cerimonia, privata e ristretta, celebrata poco dopo la mezzanotte, ha avuto il sapore di un manifesto più che di un atto di Stato: il Corano del nonno accanto a un volume appartenuto ad Arturo Schomburg, figura centrale dell’Harlem Renaissance, a costruire una narrazione simbolica che intreccia fede, razza e appartenenza.
Il giuramento pubblico ha accentuato questa impostazione. Affiancare al Corano del nonno quello della nonna, ribadendo con forza di non vergognarsi né temere per la propria fede musulmana in una città segnata anche dagli attentati dell’11 settembre, è stato un messaggio deliberato. Non un invito all’inclusione, ma una rivendicazione identitaria priva di cautele, pronunciata nel contesto più sensibile possibile. A New York, città che porta ancora impressa la cicatrice dell’11 settembre, i simboli non sono mai neutri. Ignorarlo non è ingenuità: è scelta. A rendere il quadro ancora più problematico sono arrivate le prime decisioni politiche, a partire dalle nomine. Mamdani ha portato dentro la propria amministrazione collaboratori e consiglieri già noti per posizioni pubbliche radicali sul conflitto israelo-palestinese, figure le cui dichiarazioni passate sono state contestate e giudicate da più parti ostili alla comunità ebraica, quando non apertamente antisemite. Scelte che non nascono dal caso, ma che delineano un orientamento preciso: premiare l’attivismo militante, anche quando questo collide con la sensibilità di una parte rilevante della cittadinanza.
Il messaggio che arriva a una New York pluralista, fragile, attraversata da tensioni sociali e religiose crescenti, è tutt’altro che rassicurante. Invece di cercare una sintesi, il nuovo sindaco sembra voler trasformare City Hall in una tribuna ideologica, dove l’identità non è uno strumento di dialogo ma un’arma politica. Una strategia che alimenta la polarizzazione e normalizza lo scontro, legittimando l’idea che governare significhi schierarsi contro una parte della città. In questo quadro, il giuramento sul Corano e le nomine controverse non appaiono come episodi isolati, ma come tasselli di un disegno coerente. Mamdani non si propone come il sindaco di tutti, ma come il leader di una parte, deciso a imporre una visione anche a costo di lacerare ulteriormente il tessuto civico. È una scelta che parla più di potere che di inclusione, più di affermazione che di governo. New York non è un laboratorio ideologico, ma una metropoli che vive di equilibri delicatissimi. Ignorarli, o peggio sfidarli deliberatamente, significa giocare con il fuoco. Ed è questo, più di ogni simbolo, l’aspetto piu’ inquietante: non il Corano in sé, ma l’idea che la provocazione possa sostituire la responsabilità istituzionale. Un affronto politico che dice molto sul personaggio e lascia aperta una domanda cruciale: quanto potrà reggere una città governata come un manifesto?
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






