FEBBRAIO 2026
La guerra in Ucraina sta agendo da acceleratore per tecnologie che, fino a pochi anni fa, sembravano confinate alla fantascienza. L’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di sorveglianza ucraini ha trasformato l’osservazione del campo di battaglia: ciò che un tempo richiedeva ore di analisi umana per individuare un bersaglio, oggi avviene in pochi istanti grazie ad algoritmi capaci di scansionare immagini dai droni e riconoscere autonomamente truppe o mezzi nemici. Questa “istantaneità” del riconoscimento tattico non cambia solo la velocità del conflitto, ma ne stravolge la natura stessa. I dubbi di natura etica si afastellano. Per analizzare questa trasformazione, abbiamo interpellato il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti. Ufficiale di profonda esperienza operativa, il Generale Battisti ha guidato missioni internazionali di primo piano, tra cui il primo contingente italiano in Afghanistan, e ha ricoperto ruoli di vertice presso il Comando NATO di Solbiate Olona. La sua visione, maturata tra il fango delle operazioni sul campo e le scrivanie della strategia d’alto livello, ci aiuta a capire se l’IA sia davvero l’arma definitiva o se, in ultima analisi, il fattore umano e la massa critica restino ancora i pilastri insostituibili della guerra.
Generale, l’IA riconosce i nemici in pochi secondi invece che in ore. Questa velocità aiuta davvero a vincere o c’è il rischio di prendere decisioni troppo in fretta e sbagliare?
«L’utilizzo della IA nel conflitto russo-ucraino dovrebbe consentire di ridurre la dipendenza dagli operatori, evitare le “interferenze” della guerra elettronica, moderare i limiti umani nell’identificazione degli obiettivi e accelerare i processi decisionali nell’impiego in combattimento dei droni. Il drone agisce sulla base di algoritmi preimpostati dall’uomo, che definiscono le priorità d’intervento sul campo di battaglia in relazione alle valutazioni operative ed alle informazioni fornite dai vari sistemi/fonti d’intelligence»
Se la macchina indica i bersagli quasi da sola, il comandante conta ancora qualcosa o rischia di diventare un semplice “esecutore” di quello che dice il software?
«L’IA consente all’UAV di operare in piena autonomia ma seguendo le istruzioni programmate in partenza (dall’uomo) per compiere la missione assegnata. Una volta lanciato tuttavia non è più possibile intervenire, in quanto il drone si affida alla navigazione visiva del terreno, rileva, classifica e seleziona autonomamente gli obiettivi (con le caratteristiche definite in precedenza) e non richiede l’autorizzazione di un operatore per decidere l’attacco finale»
Se i russi usassero dei carri armati finti o disturbassero i segnali per ingannare l’intelligenza artificiale, i soldati sarebbero ancora capaci di combattere “alla vecchia maniera”?
«Sia i Russi sia gli Ucraini combattono in modo “tradizionale” e si affrontano con procedure tattiche dettate dalle condizioni operative sul terreno, dalla potenza di fuoco dell’avversario e dalla tecnologia degli armamenti. Ciò anche in quanto risulterebbe, dalle informazioni disponibili al pubblico (open sources), che l’IA trova applicazione – al momento – solo in particolari compiti per i quali non sono disponibili – per motivi di riservatezza – i risultati»
È giusto lasciare che sia un computer a decidere chi è un soldato nemico e chi no? Non c’è il rischio di colpire persone sbagliate per un errore del software?
«L’IA consente di coordinare le informazioni raccolte da droni, satelliti, telecamere fisse, sensori e unità di ricognizione in prima linea che gli operatori di UAV utilizzano per evitare il “fuoco amico” e pianificare le missioni. Ovviamente il rischio dei cosiddetti “danni collaterali”, specie nei combattimenti urbani con la presenza della popolazione civile, è sempre presente e dipende anche dal livello di rispetto dei Comandi dei principi del Diritto Internazionale Umanitario (distinzione, necessità, umanità, proporzionalità). Alcuni modelli di IA possono svolgere compiti che richiedono l’intelligence umana, tra cui l’analisi dei dati, l’identificazione e la selezione autonoma degli obiettivi, il controllo e la regolazione della traiettoria di volo di un drone in base alle condizioni in tempo reale»
Basta avere un software più intelligente per vincere la guerra, o alla fine contano ancora di più il numero di soldati e la quantità di munizioni?
«L’IA permette di aggiornare continuamente la conoscenza dello scenario, supportare il processo decisionale e ottenere un vantaggio in termini di intelligence e di condotta delle operazioni, ma non sostituisce assolutamente il Soldato sul campo di battaglia e l’esigenza di disporre di un elevata disponibilità di mezzi da combattimento e relative munizioni. L’IA contribuisce ad incrementare la precisione e la gittata del fuoco avversario, che ha come conseguenza diretta la necessità per i Soldati di disperdersi maggiormente e ricorrere a strutture (trincee, bunker, ecc.) in grado di assicurare una maggiore protezione per evitare di essere facili obiettivi».
Elisa Garfagna
giornalista






