SETTEMBRE 2025
La guerra urbana non è un fenomeno nuovo; le città sono state teatro di violenze sin da quando gli esseri umani hanno iniziato a costruirle, e le immagini degli ultimi anni – da Aleppo, Mosul e Marawi, a Mogadiscio, Groznyj e Falluja – non lasciano dubbi sul fatto che i centri abitati continueranno a essere i principali “campi di battaglia” dei futuri conflitti armati. Attualmente oltre la metà delle guerre nel mondo (circa 80) è combattuta prevalentemente in aree urbane interessando orientativamente 50 milioni di civili. La condotta dei combattimenti in zone prevalentemente abitate, rispetto a quelli in campo aperto, è dovuta a:
- rapida urbanizzazione globale e crescita della popolazione mondiale (già oggi si stima che oltre il 55% viva in aree urbane – World Bank based on data from the UN Population Division 2025);
- massiccia ed incontrollata espansione delle aree abitate (una delle tendenze socio-economiche più diffuse del XXI secolo). Un fenomeno più evidente nei Paesi in via di sviluppo per la maggiore fragilità alimentata dalle disuguaglianze e dall’instabilità politica interna;
- cambio della natura dei conflitti, da interstatali a intrastatali;
- vantaggi dei gruppi terroristici/insorti nell’attirare le forze regolari convenzionali in operazioni nel territorio urbano.
Le operazioni sono definite principalmente da tre fattori: terreno fisico, popolazione e infrastrutture.
Uno “scenario multidimensionale” costituito dal sottosuolo (sotterranei, fognature, gallerie, tunnel), superficie (livello stradale), interno edifici, parti superiori edifici e spazio aereo.
Le caratteristiche dei “terreni urbani” possono variare e presentare sfide specifiche in termini di dimensioni, paesaggio, infrastrutture, popolazione. L’estensione verticale del “campo di battaglia” costituisce l’aspetto cruciale delle operazioni in aree urbane, in quanto i soldati sono addestrati a ragionare in termini di avanzata o ritirata. Controllare il piano terra non significa aver preso il controllo dell’intero edificio che deve essere espugnato stanza per stanza, piano per piano sino al tetto. A seconda degli obiettivi perseguiti, le operazioni possono assumere sviluppi diversi, dai combattimenti ad alta intensità (Huè 1968), alla controinsurrezione (Mogadiscio 1993), alla stabilizzazione (Sarajevo 1996) o agli interventi umanitari (Albania 1997). La transizione tra questi diversi scenari può essere molto dinamica e rapidamente degenerare in cruenti scontri.
Uno scenario conflittuale altamente imprevedibile. Le Forze Armate hanno incrementato sensibilmente negli ultimi decenni il livello di addestramento nei combattimenti urbani (esperienze in Somalia, Iraq, Afghanistan), che comunque rimane spesso insufficiente di fronte ad avversari in grado di adottare nuove tecniche e procedure tattiche e capaci di studiare e sfruttare le carenze delle modalità operative del nemico (come verificatosi il 7 ottobre 2023 in Israele). Le operazioni sono caratterizzate da fattori che saranno sempre più decisivi nel futuro. Il primo, è rappresentato dalla densità degli edifici, che offre appigli tattici da cui i difensori possono facilmente sparare sulle truppe e sui veicoli che muovono lungo le strade e che diventano – di fatto – killing zone, per poi svanire, spostandosi sui tetti dei quartieri densamente popolati che conoscono alla perfezione, o attraverso i tunnel, per riapparire pochi isolati più avanti con un’altra imboscata preparata a poche strade di distanza.
Un secondo problema è costituto dalla presenza della popolazione, numerosa e vulnerabile, che richiede di contenere i danni collaterali a causa di un avversario senza scrupoli che sfrutta i civili per trasportare armi, fungere da osservatori e fornire copertura, come è avvenuto a Fallujah (2004), a Mosul e Raqqa (2017) ed ora a Gaza, secondo il principio di Mao Zedong il quale affermava che la popolazione per un guerrigliero è come “l’acqua per il pesce”. La separazione della popolazione dai terroristi ed il suo trasferimento (volontario e/o forzato) sono essenziali per evitare che venga spinta (come scudi umani) verso le forze avanzanti (Mogadiscio 1993) e consentire ai militari di operare con maggiore libertà d’azione e per un uso più efficace della potenza di fuoco. I terroristi/guerriglieri, inoltre, si insediano deliberatamente all’interno di infrastrutture civili (luoghi di culto, scuole, strutture mediche e centri di distribuzione alimentari, edifici residenziali), spesso con le persone all’interno, da cui aprire il fuoco per provocare una risposta che possa causare vittime indifese (Iraq, Afghanistan, Gaza). In terzo luogo, i combattimenti si svolgono in gran parte sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale attraverso i media, i cineoperatori, i filmati dei cellulari, i circuiti di sicurezza. Gli errori commessi sono amplificati e trasmessi istantaneamente in tutto il mondo. Un altro aspetto cui tener conto, inoltre, riguarda l’eventuale presenza di ostaggi tenuti dai terroristi, che costringono ad evitare – per quanto possibile – manovre nelle aree in cui si presume (grazie all’intelligence) siano tenuti segregati per ridurre il rischio per le loro vite. infine, un ultimo fattore da considerare è la forte tensione emotiva che pervade le forze avanzanti, ben più accentuata rispetto ai combattimenti in campo aperto, dove il nemico è più visibile e relativamente prevedibile nelle azioni (attacco o difesa). Il militare si trova spesso ad affrontare un avversario che non porta alcuna divisa, non rispetta le regole della guerra, non dichiara le sue intenzioni ostili, non mostra di avere armi e che spesso si cela dietro civili inermi quali scudi umani. Nel procedere all’interno dei centri abitati il soldato è sempre in attesa, senza un attimo di respiro, di un attacco che può provenire improvvisamente da diversi punti con il rischio anche di essere rapito se rimane distaccato dai propri commilitoni ed il timore di una difficile evacuazione sanitaria in caso di ferimento. Questa realtà così complessa può generare nei militari, giovani di vent’anni, reazioni impulsive, anche se perfettamente addestrati, che possono portare ad un eccesso di uso della forza e senza una corretta discriminazione del fuoco.
Il terreno urbano, densamente popolato con strade strette, mancanza di spazi aperti, edifici a molti piani, rappresenta lo scenario più complesso per i militari in quanto ostacola la consapevolezza della situazione (situational awareness) e compromette la regolarità delle funzioni di comando e controllo delle forze, rende difficile la manovra, gli spostamenti di grandi formazioni di truppe e l’utilizzo di mezzi pesanti e rende difficile l’evacuazione dei feriti. Si tratta di un tipo di combattimento violento e decentralizzato, condotto da unità relativamente piccole e flessibili pronte a fornirsi supporto reciproco, in cui la fanteria deve cooperare strettamente con i carri armati (in supporto di fuoco come artiglieria d’assalto) e gli assetti aerei. Un’operazione che richiede un grande impiego di risorse umane e materiali per la necessità di circondare la città da tutti i lati, prima di avanzare gradualmente da più direzioni verso i quartieri centrali, per mantenere forze a presidio dei quartieri occupati per evitare il ritorno di miliziani, e per garantire il flusso logistico ed il controllo delle vie di comunicazione sia in favore delle unità sia della popolazione. Uno scenario dove il difensore mantiene una relativa libertà di movimento ed è sempre in una condizione di vantaggio rispetto all’attaccante, che non può usufruire pienamente della superiorità assicurata dagli assetti ISR dal cielo (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), dagli attacchi aerei e dalla capacità di ingaggiare a distanza (la tecnologia assicura una prevalenza operativa che non è determinante).
La minaccia può manifestarsi in vari modi da parte di un avversario che conosce l’ambiente e si è preparato al combattimento con la condotta di imboscate, la posa di mine e di ordigni esplosivi improvvisati (IED), il fuoco dei cecchini, il lancio di droni esplosivi e incursioni alle spalle delle truppe avanzanti emergendo dal sottosuolo, che funge da rifugio, via di rapido movimento e base logistica.
Le unità che avanzano hanno copertura e protezione limitata (il difensore può vedere ed ingaggiare l’attaccante in arrivo), soprattutto se la progressione avviene lungo le vie cittadine, dove gli edifici fungono da posizioni fortificate e devono essere superati e/o conquistati uno ad uno.
Per tale ragione l’IDF (Israel Defense Forces) nella battaglia di Jenin (aprile 2002) non è avanzato per le vie principali ma attraverso gli edifici aprendosi passaggi con bulldozer per cogliere l’avversario di sorpresa. Un altro principio operativo dei combattimenti urbani è la programmata lentezza della progressione, anteponendo “la sicurezza alla velocità” per ridurre al minimo le perdite tra i soldati e le vittime civili. Per questo motivo, nella riconquista di Marawi (88 kmq; 1,1 mil. di abitanti) le forze filippine hanno impiegato 5 mesi; mentre per riprendere Mosul (180 kmq; 1,6 mil. di abitanti) le unità irachene e della coalizione internazionale hanno dovuto combattere per 9 mesi (ottobre 2016-luglio 2017).In tale complesso scenario bellico, i consulenti legali militari (Legal Adviser – Legad) svolgono un ruolo fondamentale nel fornire consulenza ai comandanti e contribuire a “rendere operativo” il Diritto Internazionale Umanitario, trasformando le regole della guerra in realtà sul campo. I consulenti legali sono pienamente integrati nel ciclo di pianificazione del targeting e di controllo del fuoco. Ogni obiettivo richiede un’attenta valutazione e l’approvazione legale per evitare – nei limiti del possibile – danni collaterali. Le città nel corso della storia hanno sempre ricoperto un ruolo strategico di primaria importanza durante la condotta delle campagne militari, per posizione geografica, per concentrazioni di edifici vitali di potere, per valore simbolico che possono offrire.
Il combattimento nei centri abitati ha caratteristiche proprie che rimangono simili nel tempo, poiché è il prodotto riflesso delle opportunità offerte da un ambiente creato dall’uomo per scopi pacifici ma capace di trasformarsi in una realtà ostile difficile da dominare, profondamente impegnativa per qualsiasi esercito: un inferno a tre dimensioni (sottosuolo, piano stradale ed edifici).
Il terreno fisico, la concentrazione delle infrastrutture e l’alta densità di popolazione rendono il combattimento estremamente distruttivo ed aumentano in modo drammatico il rischio di danni collaterali. La presenza dei civili, infine, di cui sarebbe opportuno conoscere le peculiarità sociali, religiose, culturali e storiche, richiede (o richiederebbe) la discriminazione degli obiettivi, la predisposizione preventiva (in fase di pianificazione) di un’organizzazione in grado di accogliere e fornire assistenza ai “non combattenti” evacuati o fuggiti dalle zone dei combattimenti.
Essenziale, inoltre, relazionarsi adeguatamente con tutte le forme di media presenti o comunque interessati alle operazioni per evitare che prevalga la narrativa dei difensori.
Giorgio Battisti
Generale di Corpo d’Armata (rit)






