APRILE 2026
Il blocco marittimo deciso dal presidente Donald Trump nei confronti dell’Iran rischia di aggravare ulteriormente una congiuntura economica internazionale già indebolita da settimane di conflitto, trasformando una crisi regionale in uno shock globale con effetti potenzialmente più pesanti delle operazioni militari stesse. La stretta imposta da Washington sulle navi dirette verso i porti iraniani o in uscita da essi è destinata a comprimere ulteriormente un mercato energetico già sotto pressione, prolungando le difficoltà su altre materie prime strategiche che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz e alimentando un clima di forte instabilità nei mercati. Lunedì i prezzi del greggio hanno registrato un’impennata significativa, mentre l’alluminio ha toccato i livelli più elevati degli ultimi quattro anni, spinto dal timore di una carenza prolungata in un’area che contribuisce a circa il 10% della produzione globale di questo metallo essenziale per l’industria. Le conseguenze si stanno già facendo sentire in Asia, dove lo shock energetico costringe alcune industrie a ridurre drasticamente i ritmi produttivi. In alcuni casi si registrano anche razionamenti di carburante, mentre diversi aeroporti segnalano carenze di jet fuel. Alcune compagnie aeree hanno già iniziato a tagliare le tratte.
Per i Paesi del Golfo, lo scenario appare tra i più critici degli ultimi decenni, con il rischio di profonde contrazioni economiche e un duro colpo alla loro immagine di hub globali per affari e turismo. Anche in Europa la crescita, già fragile, sta subendo un rallentamento marcato. Gli Stati Uniti, pur essendo esportatori netti di energia, non sono immuni dagli effetti: il rialzo dei prezzi alla pompa incide sui consumatori. Lo stesso Trump ha ammesso che il costo dell’energia potrebbe restare elevato anche in vista delle elezioni di medio termine. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito la chiusura prolungata dello Stretto «estremamente dannosa» per l’economia europea, annunciando misure straordinarie come un allentamento temporaneo delle regole sugli aiuti di Stato e una maggiore cooperazione tra i Paesi membri per gli approvvigionamenti di gas. Secondo diversi analisti, tra cui Gordon Flake, la situazione «è chiaramente peggiorata per tutti». Tra i pochi potenziali beneficiari emerge la Russia, dove petrolio e gas rappresentano una quota significativa delle entrate pubbliche.
Come ricorda il Wall Street Journal le ricadute non sono solo economiche ma anche politiche. In Irlanda, proteste di agricoltori hanno paralizzato infrastrutture chiave per contestare l’aumento dei carburanti. In India, il rincaro del gas domestico ha alimentato tensioni sociali e scioperi, costringendo alcune autorità locali a rivedere al rialzo i salari minimi. A livello globale, l’aumento del costo della vita rischia di tradursi in una crescente insoddisfazione elettorale. In Ungheria, gli elettori hanno recentemente sancito la sconfitta del premier Viktor Orbán, ponendo fine a oltre quindici anni di governo. Molto dipenderà dalla durata dell’interruzione nel traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo da cui transitava circa il 20% del petrolio mondiale. Le prospettive restano negative: anche in caso di cessazione delle ostilità, i danni alle infrastrutture e i ritardi logistici continueranno a pesare sull’offerta energetica. Secondo la banca tedesca KfW, i prezzi del greggio difficilmente torneranno ai livelli precedenti al conflitto prima del 2027. L’impennata dei costi sta già alimentando pressioni inflazionistiche, con il rischio di nuovi aumenti dei tassi da parte delle banche centrali e un conseguente rallentamento della crescita globale.
In Asia, gli effetti sono evidenti: la Corea del Sud ha varato un piano di emergenza da oltre 17 miliardi di dollari, mentre compagnie aeree come Asiana Airlines hanno sospeso numerosi voli. Anche Vietnam Airlines ha ridotto le operazioni. Il Giappone, tra i primi a risentire della carenza di nafta, sta affrontando ripercussioni anche nel settore sanitario, dove si teme una penuria di materiali plastici fondamentali. Il premier Sanae Takaichi ha attivato una task force per gestire l’emergenza, pur assicurando che le scorte restano sufficienti nel breve periodo. Parallelamente, la riduzione delle forniture di elio rischia di colpire l’industria dei semiconduttori in diversi Paesi asiatici, mentre il rientro di lavoratori dal Medio Oriente potrebbe ridurre le rimesse verso economie fragili. Anche il turismo globale risente dell’aumento dei costi dei voli. «Gli effetti a catena colpiscono ogni settore», ha osservato Blake Berger, sottolineando come l’impatto della crisi iraniana si estenda ben oltre l’area del conflitto. In Europa, la Germania ha già rivisto al ribasso le stime di crescita per l’anno in corso, passando dall’1,3% allo 0,6%. Secondo UBS, una chiusura prolungata dello Stretto potrebbe indebolire sensibilmente l’economia globale e, nei casi peggiori, innescare una recessione anche negli Stati Uniti. I Paesi del Golfo sono tra i più esposti: molti esportatori non riescono a immettere sul mercato le proprie risorse, mentre il Qatar deve affrontare danni rilevanti agli impianti di gas naturale liquefatto, con tempi di ripristino stimati fino a cinque anni. Le perdite complessive per le infrastrutture energetiche regionali potrebbero superare i 25 miliardi di dollari. Le previsioni indicano una contrazione significativa del PIL: -13% per il Qatar, -8% per gli Emirati Arabi Uniti e -6,6% per l’Arabia Saudita. Un colpo durissimo anche per modelli economici costruiti sulla stabilità e sull’attrattività internazionale.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it
TUTTE LE NOTIZIE SU MONDO






