APRILE 2026
Il paradosso del 2026 è racchiuso in una manciata di miglia nautiche. Chi l’avrebbe mai detto che il destino delle nostre tasche, dei mutui e delle bollette sarebbe stato scritto in un imbuto d’acqua salata lungo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto? Eppure, eccoci qui: lo Stretto di Hormuz, quel lembo di mare tra le coste dell’Iran e le scogliere dell’Oman, è diventato il centro di gravità permanente del pianeta. Fino a ieri era un nome da documentario di geopolitica per addetti ai lavori. Oggi è il termine più cercato sui terminali Bloomberg e nei discorsi al bar. Non stiamo parlando di una crisi passeggera, ma di un infarto al sistema circolatorio dell’economia internazionale. Da quel passaggio transitano quotidianamente circa 21 milioni di barili di petrolio, una cifra che rappresenta il 20% del consumo mondiale. Aggiungeteci un quarto del gas naturale liquefatto globale e avrete la misura del disastro: senza Hormuz, il mondo si ferma. Letteralmente. Il calore nelle case della Baviera, l’elettricità che alimenta i server della Silicon Valley, il motore della logistica che porta i beni di consumo nei porti di Rotterdam e Genova: ecco che cosa è Hormuz. I mercati finanziari hanno smesso di guardare ai bilanci trimestrali di Apple o Microsoft. Oggi l’unico dato che conta è la posizione GPS delle petroliere e la frequenza dei droni che sorvolano lo stretto. Il Brent ha sfondato quota 120 dollari al barile, un livello che non vedevamo da anni e che non risponde a una normale logica di domanda e offerta, ma alla pura paura della scarsità fisica. Milioni di barili sono intrappolati nel Golfo Persico, impossibilitati a uscire. Le compagnie di navigazione, per disperazione, hanno rispolverato le vecchie rotte del XIX secolo: circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza. Significa aggiungere 10, 15, anche 20 giorni di navigazione. Più gasolio consumato dalle navi stesse, più costi per gli equipaggi, e soprattutto premi assicurativi che sono quintuplicati in una settimana. Questi costi non evaporano: si scaricano su ogni singolo prodotto che acquistiamo. Quel pacco che aspettavi per domani? Arriverà tra un mese, e costerà il 15% in più. A Francoforte e Washington, i volti dei governatori sono scuri. La Federal Reserve e la BCE avevano un piano chiaro per il 2026: tagliare i tassi di interesse, dare ossigeno alle imprese e far ripartire gli investimenti dopo anni di lacrime e sangue. Ma Hormuz ha stracciato il copione. L’inflazione sta ripartendo, ma è un’inflazione “cattiva”, da offerta, non da eccesso di domanda. Siamo davanti allo spettro della stagflazione: i prezzi salgono perché l’energia scarseggia, mentre l’economia rallenta perché i costi di produzione diventano insostenibili. Se le banche centrali alzano i tassi per combattere il caro-petrolio, rischiano di soffocare definitivamente quel poco di crescita che resta. Se li abbassano, rischiano che l’inflazione arrivi in doppia cifra. È un cul-de-sac economico senza precedenti recenti. In questo clima di incertezza brutale, il capitale sta fuggendo verso i porti sicuri. L’oro ha polverizzato ogni record, superando i 3.000 dollari l’oncia. Non ha una funzione industriale immediata, ma è l’unico bene che non dipende da un gasdotto o da una rotta marittima per mantenere il suo valore. Mentre le azioni delle aziende manifatturiere colano a picco (schiacciate da bollette elettriche che rendono la produzione meno conveniente della chiusura) il metallo giallo brilla. E poi c’è il dramma invisibile: la filiera agroalimentare. Il Golfo non esporta solo energia, ma è uno dei principali centri mondiali per la produzione di fertilizzanti azotati, che derivano proprio dal gas naturale. Senza i flussi di Hormuz, i fertilizzanti scarseggiano e i loro prezzi triplicano. Questo significa che i raccolti di domani saranno meno abbondanti e molto più cari. Il prezzo del pane a Milano o del mais a Nairobi non è mai stato così legato a ciò che accade in quel piccolo stretto d’acqua. La crisi energetica sta diventando, a tappe forzate, una crisi alimentare.
Per l’Italia, la situazione è ancora più delicata. La nostra dipendenza dalle importazioni energetiche via mare ci rende vulnerabili come pochi altri paesi in Europa. Il rafforzamento del dollaro agisce come una doppia tassa per noi: il greggio costa di più perché ce n’è meno, e costa ancora di più perché l’euro perde terreno rispetto al biglietto verde. È una morsa che sta togliendo il respiro alle nostre piccole e medie imprese, il cuore pulsante del Made in Italy, che vedono i loro margini di profitto mangiati dai costi logistici e di approvvigionamento. Il domani è appeso a un filo diplomatico. Se i negoziati tra le grandi potenze riusciranno a riaprire lo stretto e a garantire un passaggio sicuro, potremmo assistere a un calo rapido dei prezzi entro la fine dell’anno, una sorta di “rally di Natale” energetico. Ma la cicatrice resterà. Il 2026 è l’anno della consapevolezza: abbiamo capito che la nostra architettura economica è fragile, appoggiata su un equilibrio precario in un punto della mappa grande quanto una provincia italiana. L’era della globalizzazione “senza attriti” è finita tra le onde di Hormuz. Ogni barile che non passa è una lezione che impariamo a caro prezzo. La finanza, per quanto possa essere digitale, algoritmica e immateriale, alla fine della giornata resta schiava della materia e della geografia. E oggi, la geografia ha il volto severo di quel braccio di mare che non ci permette più di dare nulla per scontato.
Elisa Garfagna
giornalista






