MARZO 2026
Se aprite una mappa del Medio Oriente e cercate quel sottile lembo di mare che separa l’Oman dall’Iran, troverete lo Stretto di Hormuz. È un passaggio largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, ma è il collo della bottiglia del mondo intero. Da qui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una fetta enorme del gas naturale liquefatto (GNL) che scalda le nostre case e fa girare le nostre fabbriche. Oggi, quel braccio di mare è diventato una polveriera, e l’esplosione rischia di farsi sentire direttamente sulle nostre bollette della luce e del gas. Ma cosa c’entra un conflitto a migliaia di chilometri di distanza con il diritto e con l’economia italiana? C’entra moltissimo, perché quando la geopolitica trema, le leggi del mercato impazziscono e i governi sono costretti a correre ai ripari con misure d’emergenza che cambiano le regole del gioco.
Nelle ultime ore, le tensioni tra le marine militari occidentali e le forze iraniane hanno raggiunto il punto di rottura. Ogni volta che una petroliera rallenta o cambia rotta per paura di un sequestro o di un attacco, il prezzo del barile schizza verso l’alto. Certo è una questione di offerta fisica di energia, ma anche una questione di paura. I mercati finanziari scommettono sull’incertezza, e a pagare il conto sono i consumatori finali. In Italia, il governo si trova davanti a un bivio drammatico. Nonostante gli sforzi fatti negli ultimi anni per diversificare le fonti (più gas dall’Algeria, più rigassificatori, più rinnovabili), siamo ancora profondamente legati agli equilibri internazionali. Se Hormuz chiude, o anche solo se il passaggio diventa troppo rischioso, il prezzo del gas naturale al PSV (il mercato all’ingrosso italiano) rischia di tornare ai livelli folli del post-invasione russa.
Il Presidente del Consiglio ha riferito alle Camere una proposta che sta facendo discutere i giuristi e gli ambientalisti di tutta Europa: la sospensione temporanea del sistema ETS (Emissions Trading System) per le centrali termoelettriche. Per chi non mastica pane e burocrazia europea, l’ETS è una sorta di “tassa sulle emissioni” di CO2. Le aziende che inquinano devono comprare dei permessi per farlo. È uno strumento nobile, nato per spingere la transizione ecologica: più inquini, più paghi, quindi ti conviene passare alle rinnovabili. Ma in un momento di crisi bellica, quell’aggravio di costo rischia di diventare la mazzata finale per le industrie energivore (acciaierie, vetrerie, cartiere).
La proposta italiana è chiara: sospendere il costo della CO2 finché dura l’emergenza Hormuz, per abbassare immediatamente il prezzo dell’elettricità. È una mossa giuridicamente complessa perché va a toccare i trattati europei sul clima, ma è il segnale di quanto la situazione sia critica. Ricordate il tetto al prezzo del gas di cui si parlava qualche anno fa? Torna prepotentemente di moda. Ma c’è un problema: il cap funziona se il venditore ha bisogno di te quanto tu hai bisogno di lui. In uno scenario di crisi globale, se l’Europa impone un prezzo massimo e l’Asia è disposta a pagare il doppio per accaparrarsi le navi cariche di GNL che deviano da Hormuz, le navi semplicemente non arriveranno nei nostri porti.
Il diritto dell’energia si scontra qui con la dura realtà della logistica. Non basta una legge per fermare un rincaro se la materia prima scarseggia fisicamente o se le rotte assicurative diventano proibitive. Le compagnie di assicurazione marittima, infatti, hanno già triplicato i premi per le navi che transitano nel Golfo Persico. Anche questo è un costo invisibile che finisce dritto dritto nel costo della bolletta che riceviamo a casa.
Perché una testata come Ius101 deve occuparsi di questo? Perché la stabilità sociale dipende dalla tenuta economica delle famiglie. Quando il riscaldamento o l’energia per cucinare diventano beni di lusso, il contratto sociale tra Stato e cittadini si incrina. Stiamo assistendo a un paradosso: da un lato la legge ci impone (giustamente) di diventare green con le case e le auto, dall’altro la crisi internazionale ci costringe a riaccendere le centrali a carbone o a cercare gas ovunque sia possibile, pur di evitare il blackout economico. È una dicotomia che il legislatore deve gestire con estrema cautela. Il governo italiano sta premendo per un intervento comune europeo. L’idea è quella di creare una scorta comunitaria e di disaccoppiare (cioè separare) il prezzo dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili da quella prodotta col gas. Se il vento soffia e il sole splende, non c’è motivo per cui l’energia debba costare quanto quella prodotta col gas che arriva da una zona di guerra.
Tuttavia, la burocrazia di Bruxelles è lenta, mentre i missili e i droni nello Stretto di Hormuz sono tristemente veloci. L’Europa saprà agire come un blocco unico o prevarranno gli egoismi nazionali (con la Germania che compra gas a qualunque prezzo e i paesi del Sud che restano al freddo)?
La crisi di Hormuz ci insegna una lezione: la nostra libertà economica e la nostra sovranità legislativa sono appese a un filo sottilissimo che passa per un braccio di mare lontano. Il diritto può mitigare i danni, può creare scudi fiscali o tetti ai prezzi, ma la vera soluzione risiede nell’indipendenza energetica. Finché dipenderemo da un solo passaggio marittimo controllato da potenze ostili, la nostra economia sarà sempre un ostaggio.
Questo è il momento di capire che la norma non vive sotto una campana di vetro: oggi, la legge più importante per il vostro portafoglio viene scritta sui radar della marina militare nel Golfo Persico.






