GENNAIO 2026
Il 2026 si è aperto in Iran sotto il segno del fuoco. Quella che era iniziata come una protesta contro l’inflazione galoppante (arrivata al 50%) e il collasso del rial, si è trasformata in una sollevazione che scuote le fondamenta della Repubblica Islamica. Mentre il regime risponde con la consueta ferocia, la diaspora si interroga su quale volto debba avere l’Iran di domani. Esiste un’alternativa credibile? E quale ruolo deve giocare la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià?
Ne parliamo con due figure chiave dell’attivismo in Italia: Ashkan Rostami e Azar Karimi.
Il fronte della continuità: Ashkan Rostami
Membro consiglio transizione dell’Iran, Co fondatore institute for a New Middle East, Co fondatore ex musulmani d’Italia. Ashkan Rostami incarna la visione di chi crede che, per abbattere la teocrazia, l’opposizione debba compattarsi attorno a una figura di garanzia istituzionale. Il ritorno alla monarchia costituzionale non è una restaurazione nostalgica, ma una necessità per evitare che il Paese scivoli nel caos o nella balcanizzazione dopo la caduta degli ayatollah. Ashkan, le cronache di questi giorni parlano di una rivolta che, partendo dall’economia, sta diventando apertamente politica. In cosa questa ondata differisce da quelle del passato e cosa manca, a suo avviso, per il crollo definitivo del sistema?
«La rivolta che stiamo osservando oggi in Iran è profondamente diversa da quelle del passato perché non nasce più da una singola frattura sociale o politica, ma da un collasso simultaneo dei pilastri fondamentali su cui si regge il regime islamico in Iran. Se nel 2009 la protesta era legata alla manipolazione elettorale, se tra il 2017 e il 2019 la rabbia aveva un carattere prevalentemente economico e nel 2022 la scintilla era stata culturale e generazionale, oggi questi livelli si sono fusi in un’unica crisi sistemica. L’economia non è più semplicemente in difficoltà, è strutturalmente compromessa. L’inflazione erode quotidianamente il potere d’acquisto, la moneta perde valore in modo cronico, i servizi pubblici sono al collasso e la repressione non è più percepita come un’eccezione ma come la normalità. A tutto questo si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la perdita totale di legittimità morale del regime agli occhi della maggioranza della popolazione. La società iraniana non chiede più riforme, né crede alla possibilità di correggere il sistema dall’interno. L’idea stessa di riformabilità è morta. Oggi è largamente condivisa la consapevolezza che l’intero impianto del potere vada superato. Questo è il vero salto di qualità rispetto al passato. Detto questo, sarebbe irresponsabile parlare di una caduta inevitabile o automatica. Il regime è estremamente indebolito, ma non è ancora crollato perché continua a reggersi su una combinazione di repressione capillare, controllo degli apparati di sicurezza e assenza di una pressione internazionale coerente. A questo si aggiunge il fatto che una parte degli apparati intermedi dello Stato, pur non credendo più nell’ideologia del sistema, continua a sostenerlo per paura del vuoto, dell’instabilità o delle conseguenze personali. Il punto centrale è questo: il regime islamico in Iran oggi non è forte, ma resiste per inerzia. Ed è proprio nelle fasi di inerzia che i sistemi autoritari possono durare più a lungo di quanto molti si aspettino, se non vengono messi di fronte a un costo politico e strategico insostenibile»
Lei sostiene apertamente la leadership del Principe Pahlavi. Perché ritiene che la figura dello Scià sia ancora oggi l’unico collante capace di unire le diverse anime dell’opposizione e garantire una transizione ordinata?
«Il sostegno alla leadership del Principe Reza Pahlavi non nasce da nostalgia né da un’adesione ideologica a un modello del passato, ma da una valutazione politica lucida della fase storica che stiamo attraversando. Oggi l’opposizione iraniana soffre di tre limiti evidenti: frammentazione, personalismi e incapacità di parlare a tutta la società iraniana e non solo a una parte di essa. In questo contesto, Reza Pahlavi rappresenta un fattore di unità perché si colloca al di sopra delle divisioni partitiche e ideologiche. Non guida un partito, non pretende di imporre un’agenda politica dettagliata e non si propone come futuro uomo forte del Paese. Questo lo rende credibile sia all’interno della società iraniana sia sul piano internazionale.
La sua forza risiede nella combinazione di legittimità storica, riconoscibilità globale e neutralità istituzionale. Non come garanzia di una restaurazione, ma come punto di riferimento in grado di accompagnare una transizione senza trasformarla in una resa dei conti tra fazioni. In un Paese traumatizzato da decenni di autoritarismo e violenza politica, la stabilità della fase di passaggio è una questione centrale, non un dettaglio. Chi contesta la figura di Reza Pahlavi spesso lo fa senza offrire un’alternativa più solida o più inclusiva. La critica, in molti casi, non produce pluralismo, ma ulteriore frammentazione. In una fase come questa, l’unità non è uno slogan, è una necessità politica concreta. Senza un minimo comune denominatore, il rischio non è solo la sconfitta del regime, ma il caos che potrebbe seguirne la caduta».
Il fronte del rinnovamento: Azar Karimi
Portavoce dell’associazione Giovani Iraniani in Italia. Azar Karimi rappresenta la nuova generazione della diaspora, nata o cresciuta in Italia, che guarda all’Iran con un desiderio di modernità radicale. La sua posizione riflette lo scetticismo di chi vede nel ritorno della monarchia un modello superato, preferendo una transizione che parta dal basso e che metta al centro una democrazia parlamentare e pluralista, lontana dai simboli del passato.
Azar, come state vivendo dall’Italia queste ore di scontri e quale messaggio vi arriva dai vostri coetanei che oggi rischiano la vita nelle strade di Teheran o del Kurdistan iraniano?
«Dall’Italia viviamo queste ore con un misto di angoscia e determinazione. Angoscia perché sappiamo che ogni giornata di protesta in Iran significa arresti, torture, esecuzioni di massa, perché il messaggio che ci arriva dai nostri coetanei nelle strade di Teheran, di Zahedan o del Kurdistan iraniano è chiaro: non tornate indietro, non abbiate paura, fate sentire la nostra voce. I giovani che oggi rischiano la vita non chiedono riforme cosmetiche né compromessi con il regime. Chiedono la fine totale della dittatura teocratica. I loro slogan “Morte al dittatore”, “Riformisti o conservatori, la partita è finita” dimostrano una maturità politica profonda. Sanno che questo sistema non è riformabile e che la libertà ha un costo altissimo, che stanno pagando in prima persona. Maryam Rajavi lo ha detto chiaramente: questa è una rivoluzione per la libertà, non una protesta episodica. È il proseguimento di oltre quarant’anni di resistenza contro un regime fondato sulla repressione, sul fondamentalismo religioso e sulla negazione sistematica dei diritti umani, in particolare quelli delle donne».
Rispetto alla figura di Reza Pahlavi, la sua posizione e quella di molti giovani è decisamente più critica. Perché ritenete che la soluzione per il futuro dell’Iran non possa e non debba passare per una restaurazione monarchica, seppur costituzionale?
«Per quanto riguarda Reza Pahlavi e l’ipotesi monarchica, la posizione nostra e di molti giovani iraniani è critica e netta. Non perché si tratti di una questione personale o simbolica, ma perché riguarda il futuro politico dell’Iran. La Resistenza iraniana, sotto la guida di Maryam Rajavi, propone un’alternativa chiara: una Repubblica democratica, laica, basata sul suffragio universale, sulla separazione tra religione e Stato, sull’uguaglianza di genere, sull’abolizione della pena di morte e sul rispetto delle minoranze etniche e religiose. Questo è il contenuto del Piano in dieci punti di Maryam Rajavi, sostenuto da migliaia di parlamentari e giuristi nel mondo. La monarchia anche se definita «costituzionale» rappresenta per molti iraniani un ritorno a un passato di potere ereditario, non scelto dal popolo, e soprattutto non risponde allo spirito del sacrificio che oggi vediamo nelle strade. I giovani che affrontano i proiettili non lo fanno per sostituire una forma di autoritarismo con un’altra, né per restaurare una dinastia. Il principio fondamentale della Resistenza è che la sovranità appartiene esclusivamente al popolo iraniano. Nessuna figura imposta dall’alto, nessun “salvatore” individuale, nessun compromesso con il passato. Sarà il popolo, attraverso elezioni libere dopo la caduta del regime, a decidere il proprio futuro.
In questo senso, la posizione di Maryam Rajavi non è divisiva, ma inclusiva: nessun ruolo privilegiato, nessuna vendetta, nessuna restaurazione, solo una transizione democratica garantita e un Iran libero, in pace con sé stesso e con il mondo. È questo il messaggio che ci arriva dai nostri coetanei in Iran. Ed è questo il messaggio che, dall’Italia, sentiamo il dovere di portare avanti» Mentre Rostami vede nel trono una bussola per orientarsi nella tempesta, Karimi punta sulla forza della piazza e sull’autodeterminazione generazionale. Nonostante le divergenze, entrambi concordano come noi, su un punto: il tempo della Repubblica Islamica è scaduto.
Elisa Garfagna
giornalista






