MAGGIO 2026
Dopo le ondate di attacchi missilistici e con droni attribuiti all’Iran, i Paesi del Golfo stanno accelerando la corsa al rafforzamento delle proprie difese aeree, aprendo una gigantesca campagna di acquisizioni militari che coinvolge Stati Uniti, Regno Unito, Corea del Sud e Ucraina. Negli ultimi mesi le monarchie del Golfo hanno intensificato i contatti con diversi produttori internazionali per ottenere in tempi rapidi missili intercettori, radar, sistemi terra-aria, droni anti-drone e tecnologie di difesa puntuale. Alcuni governi starebbero inoltre valutando di anticipare le consegne di contratti già firmati, nel tentativo di colmare rapidamente le lacune emerse durante i recenti attacchi.
Washington ha già autorizzato, a partire dal 19 marzo, vendite militari d’emergenza verso i Paesi del Golfo per oltre 41 miliardi di dollari. Una parte consistente di queste forniture riguarda i missili intercettori Patriot, considerati uno dei pilastri della difesa antimissile occidentale. Parallelamente Londra ha convocato aziende della difesa britannica insieme ad ambasciatori e rappresentanti militari del Golfo per studiare nuove forme di cooperazione industriale e velocizzare licenze ed esportazioni di armamenti verso la regione. Anche l’Ucraina punta a ritagliarsi uno spazio in questo mercato strategico. Il presidente Volodymyr Zelensky ha visitato più volte il Golfo tra marzo, aprile e maggio, firmando accordi di cooperazione militare con Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita. Kiev starebbe inoltre dialogando con Bahrein, Kuwait e Oman. L’obiettivo è creare partnership industriali e programmi di coproduzione che permettano sia di sostenere l’industria bellica ucraina sia di sviluppare capacità produttive locali nei Paesi arabi.
Nonostante la crescente domanda, ricostruire rapidamente le scorte di armamenti avanzati resta estremamente difficile. I sistemi più sofisticati, come il Patriot o il THAAD statunitense, richiedono tempi di produzione lunghi e dipendono da catene di approvvigionamento sotto forte pressione. Carenza di personale specializzato, scarsità di componenti critici e problemi logistici continuano a rallentare il settore. La situazione affonda le radici anche nelle scelte industriali compiute negli anni Novanta, quando Stati Uniti ed Europa ridussero drasticamente la propria base produttiva militare dopo la fine della Guerra Fredda. Nel settore dei missili guidati, il problema è diventato particolarmente evidente nella produzione dei motori a razzo, oggi considerati uno dei principali colli di bottiglia dell’intera industria occidentale. L’amministrazione Trump ha tentato di rilanciare la capacità produttiva americana, ma i risultati sono stati inferiori alle aspettative. La pandemia ha aggravato i problemi della filiera industriale, accelerando il pensionamento di molti tecnici esperti e facendo esplodere i costi energetici e produttivi. In Europa, inoltre, molte produzioni comuni sono state influenzate più da equilibri politici che da criteri di efficienza industriale. A complicare ulteriormente il quadro si sono aggiunte le restrizioni cinesi all’export di materie prime strategiche.
Prima ancora di soddisfare le richieste dei partner del Golfo, Stati Uniti e Israele dovranno però ricostituire le proprie riserve di intercettori, consumate durante i recenti scontri con Teheran. Già prima della crisi, molti clienti internazionali lamentavano ritardi nelle consegne a causa della priorità assegnata da Washington al rifornimento delle proprie forze armate e al sostegno militare a Ucraina e Taiwan. Anche in Europa, le esigenze ucraine continuano ad avere la precedenza sulle esportazioni verso altri Paesi. Le monarchie del Golfo coltivano da anni l’ambizione di sviluppare un’industria militare autonoma, compresi sistemi di difesa aerea nazionali. Tuttavia, gli Emirati Arabi Uniti restano l’unico Stato della regione ad aver avviato programmi concreti in questo settore, sebbene molti progetti siano ancora nelle fasi iniziali di sviluppo. Per colmare il divario, diversi Paesi stanno quindi guardando a soluzioni meno costose e più rapide da produrre. Droni intercettori, sistemi laser e tecnologie anti-drone stanno assumendo un ruolo sempre più importante perché consentono di contrastare minacce relativamente economiche come i droni Shahed iraniani senza consumare costosi missili strategici. Questi strumenti non possono sostituire sistemi avanzati come il THAAD, ma rappresentano una risposta più sostenibile sul piano economico e operativo. Tra le nuove soluzioni emergono l’intercettore Skyhammer sviluppato dalla britannica Cambridge Aerospace e il sistema APKWS-II della BAE Systems, di cui Washington ha approvato la vendita di oltre 11.500 unità ai partner del Golfo. Anche l’esperienza maturata dall’Ucraina nella guerra contro la Russia viene considerata preziosa, soprattutto nella gestione integrata di radar, sensori e sistemi d’arma. La sfida, tuttavia, non terminerà con l’acquisto dei nuovi armamenti. Gli Stati del Golfo dovranno infatti integrare le nuove tecnologie nelle proprie strutture militari, formare personale specializzato e adattare le proprie dottrine difensive a un tipo di guerra sempre più dominato da droni, missili e attacchi saturanti.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






