FEBBRAIO 2026
Provate a immaginare un mondo dove il rumore più pericoloso non è lo scoppio di una bomba o il cingolo di un carro armato, ma il suono di un saluto tra due amiche che si incrociano per strada. Sembra l’incipit di un romanzo distopico di serie B, di quelli scritti con troppa foga per spaventare il lettore, ma in Afghanistan è diventato legge dello Stato. Khalid Hanafi, l’uomo a capo di quel ministero che porta il nome rassicurante come una gastroscopia di Promozione della Virtù e Prevenzione del Vizio, ha deciso che il prossimo nemico pubblico numero uno è l’aria che vibra. Alle donne adulte è ora vietato far sentire la propria voce ad altre donne. Fermatevi un istante a riflettere sulla logica: non stiamo parlando di comizi politici o grida di protesta in piazza, attività già archiviate da tempo nella sezione fantascienza, ma del sussurro di una madre che rassicura una figlia o di una parola di conforto scambiata tra vicine di casa mentre si spartiscono quel poco che resta. È il punto di non ritorno, quello in cui il controllo smette di essere solo oppressione fisica e diventa un delirio metafisico. Dopo aver negato alle donne il diritto di studiare, di lavorare e persino di mostrare il proprio volto attraverso strati di stoffa che ne cancellano i lineamenti (perché si sa, un naso scoperto è l’anticamera dell’anarchia), il regime ha deciso di sigillare anche l’udito. È una mossa che va oltre la semplice misoginia, è un tentativo di hackerare la natura umana stessa, o forse solo la dimostrazione che al Ministero hanno finito i passatempi. Hanno capito che, finché esiste la possibilità di scambiarsi una parola, esiste una rete, un segreto, una minuscola cellula di resistenza che sfugge ai loro decreti. Così, il silenzio è stato promosso da scelta contemplativa a obbligo di Stato brutale. Un isolamento acustico forzato che punta a rendere ogni donna una monade muta, un’isola senza ponti, un fantasma che si muove in un mondo di ombre rigorosamente zitte. Se osserviamo con distacco la sequenza di questi divieti, il disegno emerge con una chiarezza che definire terrificante è un complimento alla loro coerenza. Hanno iniziato togliendo i libri, perché la conoscenza, si sa, è un’arma che rende difficile il governo dei corpi. Hanno proseguito con il lavoro, perché l’indipendenza economica è l’ossigeno di ogni dignità, e l’ossigeno va razionato. Hanno coperto i visi, perché un volto è un’identità, un nome, una storia che si legge negli occhi, e gestire delle persone è molto più faticoso che gestire dei manichini. E ora, finalmente, colpiscono la voce.
È un minimalismo dell’orrore che cerca di ridurre la presenza femminile a un’ombra che cammina senza lasciare traccia, nemmeno nell’aria che sposta. Eppure, in tutto questo accanimento, c’è qualcosa di profondamente grottesco: quanto deve sentirsi piccolo e debole un uomo armato fino ai denti per arrivare a temere il timbro vocale di una donna che commenta il prezzo del pane? Questa non è una manifestazione di forza, è pura e semplice paranoia travestita da moralità. Quando un governo arriva a legiferare sul respiro e sul suono, sta ammettendo implicitamente di aver perso la partita più importante: quella della legittimità profonda. Sanno benissimo che non possono infilare un poliziotto in ogni cucina, non possono mettere un microfono sotto ogni burqa né monitorare ogni battito di ciglia (anche se probabilmente ci stanno lavorando). E allora usano la paura come amplificatore del nulla. Vogliono che ogni donna diventi il controllore di sé stessa, paralizzata dal dubbio costante che un semplice saluto o una preghiera sussurrata ad alta voce possano far crollare l’intero apparato statale. È il tentativo di svuotare l’essere umano della sua bussola più naturale e potente: la socialità. Senza voce non c’è empatia condivisa, e senza empatia è molto più facile schiacciare una popolazione senza che nessuno se ne lamenti troppo forte. Il Ministero della Virtù sta di fatto costruendo un deserto sonoro. Immaginate i mercati, un tempo luoghi di vita e di scambio, ridotti a una sfilata di figure silenziose che si muovono come in un film muto dei primi del Novecento, ma senza la musica d’accompagnamento del pianista e con molta meno ironia. Immaginate l’impatto psicologico di una vita trascorsa a sopprimere ogni istinto di comunicazione: la voce non serve solo a trasmettere informazioni, serve a confermare a noi stessi che esistiamo e che non siamo solo arredamento urbano. Quando ti viene proibito di parlare, ti viene detto, in modo sistematico, che la tua esistenza non deve produrre alcun effetto sull’ambiente circostante. È una forma di cancellazione che punta all’anima, prima ancora che al corpo. È una prigione senza sbarre, dove le pareti sono fatte di decreti e il carceriere è il silenzio imbarazzato dell’altro. Mentre noi, qui nel nostro lato di mondo, ci accaloriamo su quanto sia invasiva l’ultima app o su quale tono usare nei nostri podcast per fare sempre più views, dall’altra parte del mare c’è chi sta cercando di smantellare l’antropologia di base con la stessa precisione con cui si smonta un mobile difettoso. Stanno provando a costruire una società dove metà della popolazione non ha né faccia né suono, un esperimento che non ha precedenti nella storia moderna per la sua metodica, quasi burocratica, crudeltà.
Ma c’è un dettaglio fondamentale che Hanafi e i suoi zeloti sembrano ignorare nella loro foga censoria: il silenzio imposto per legge non è mai veramente vuoto. È un silenzio saturo, pesante, vibrante di tutto quello che non viene detto. È un silenzio che rimbomba nelle strade deserte di Kabul molto più forte di qualsiasi grido di protesta, perché l’assenza di suono, a volte, fa un rumore assordante. In questo vuoto pneumatico creato dai decreti, ogni sguardo diventa un discorso e ogni gesto minimo diventa un manifesto politico. Alla fine, puoi anche vietare alle donne di parlare, puoi sequestrare le corde vocali e punire i sussurri, ma non potrai mai impedire alle persone di ascoltare il rumore del tuo stesso terrore. Perché un potere che ha così tanta paura della voce delle donne ha già ammesso, davanti alla storia e alla coscienza del mondo, di essere diventato un guscio vuoto, un fantasma che insegue altri fantasmi in un corridoio senza uscita. La voce potrà anche essere messa al bando, ma l’eco della verità resterà lì, a ricordare a chiunque voglia ascoltare che non si può uccidere ciò che rende umani, nemmeno con il più cupo, ridicolo e ostinato dei silenzi.
Elisa Garfagna
giornalista






