MEDIO ORIENTE

MAGGIO 2025
Terra di storia millenaria nel cuore del Medio Oriente, il Kurdistan è la patria di un popolo fiero e forte: i curdi. Nonostante la frammentazione del loro territorio tra Turchia, Iran, Iraq e Siria in seguito al dissolvimento dell’Impero Ottomano, hanno saputo preservare con tenacia la propria identità culturale e linguistica. La loro aspirazione all’autonomia, un desiderio profondamente radicato nella loro storia, ha plasmato e continua a influenzare le dinamiche geopolitiche di tutta la regione.

Il passato curdo è un affascinante intreccio di regni e principati autonomi, uniti da un forte senso di appartenenza culturale pur in assenza di una stabilità politica. La spartizione del loro territorio all’alba del XX secolo ha segnato l’inizio di una lunga e travagliata lotta per il riconoscimento dei diritti fondamentali, spesso soffocata da repressioni e conflitti. Figure carismatiche come Mustafa Barzani in Iraq hanno incarnato la tenace resistenza curda, mentre movimenti politici e armati si sono susseguiti nel tentativo di salvaguardare l’identità e ottenere maggiore autonomia all’interno dei confini statali in cui si trovavano a vivere. Oggi, il panorama curdo si presenta in tutta la sua complessità. In Iraq, la Regione del Kurdistan iracheno (KRI) rappresenta un’esperienza di determinante autonomia, dotata di un proprio governo e forze di sicurezza, i celebri Peshmerga. Tuttavia, le dispute con il governo centrale di Baghdad, in particolare sulla gestione delle risorse energetiche rimangono una fonte di tensione costante. Nella vicina Siria, le forze curde (YPG/YPJ) si sono distinte per il loro ruolo nella lotta contro la barbarie dello Stato Islamico, stabilendo un’amministrazione autonoma nel nord-est del paese. Questa realtà, però, è costantemente minacciata dalle operazioni militari della Turchia, che considera le milizie curde siriane un’emanazione del PKK, un’organizzazione da Ankara ritenuta terroristica. In Turchia e Iran, la battaglia per i diritti culturali e politici continua, spesso in un contesto di forte repressione. La diaspora curda, diffusa in molti paesi occidentali, svolge un ruolo cruciale nel mantenere viva la consapevolezza internazionale sulla questione curda e nel preservare i legami con la terra d’origine.

La relazione tra il popolo curdo e Israele, ad esempio, è un tema ampio e spesso oggetto di dibattito. Storicamente, non si sono registrati conflitti diretti tra le due entità. Anzi, in alcuni periodi, soprattutto negli anni ’60 e ’70, si sono verificati contatti e una certa affinità, alimentata dalla comune condizione di minoranze in contesti regionali ostili e dalla condivisa aspirazione all’autodeterminazione. Pur mantenendo una cautela ufficiale per non incrinare i rapporti con paesi come Turchia, Iran e Iraq, Israele ha talvolta manifestato una velata simpatia per le aspirazioni curde. Negli anni più recenti, in particolare con la crescente autonomia del Kurdistan iracheno, si sono intensificati i legami economici e politici, anche se non sempre apertamente dichiarati. Il governo del KRI ha adottato un approccio più pragmatico nei confronti di Israele, in contrasto con la diffusa ostilità presente in gran parte del mondo arabo e musulmano. Questa apertura ha generato reazioni contrastanti a livello regionale e all’interno dello stesso movimento curdo.

Ne abbiamo parlato con A.A., che per motivi di sicurezza non può svelare il proprio nome. Lei è curda e vive in Italia. Lavora con diverse organizzazioni per i diritti umani come mediatrice culturale e linguistica.

Vivendo in Europa, quali aspetti della sua cultura curda si sente più legata e in che modo li preserva nella sua quotidianità?
«Vivere in Europa ha approfondito e reso più consapevole il mio legame con la cultura curda, soprattutto dal punto di vista femminile. Partecipare a feste e cerimonie tradizionali, indossare abiti curdi e parlare la lingua madre non solo è importante per preservare la mia identità personale, ma è anche un modo per trasmettere questa cultura alle generazioni future. Accanto a questi sforzi, le sfide di genere e politiche sono una parte inseparabile della mia esperienza come donna curda. Sfruttando le opportunità di libertà e consapevolezza sociale in Europa, cerco di svolgere un ruolo attivo nel rafforzare la voce delle donne curde e nel preservare i nostri valori culturali. Per me, questa combinazione di identità, impegno e prospettiva femminile è una responsabilità umana e culturale»

Considerando la complessa situazione geopolitica attuale, quali ritiene siano le sfide più urgenti che il popolo curdo si trova ad affrontare nelle diverse regioni in cui è presente?
«Nell’attuale contesto geopolitico, la principale sfida per il popolo curdo è la crisi multidimensionale dell’identità; una crisi che si manifesta a livello politico, sociale, culturale, economico, di genere e psicologico. La negazione ufficiale dell’identità curda, la repressione della lingua e della cultura, la discriminazione strutturale e la mancanza di diritti politici sono alla base di molti problemi. Le donne curde affrontano una doppia pressione tra tradizione e repressione politica. Inoltre, la povertà, la disoccupazione e lo sviluppo insufficiente nelle regioni curde hanno reso la situazione economica difficile, costringendo molti a emigrare o a vivere ai margini. Accanto a ciò, i traumi derivanti dalla repressione, dalla violenza e dalla guerra hanno influenzato la salute mentale delle generazioni. La lotta per preservare la dignità, la cultura e il diritto all’autodeterminazione è la principale battaglia odierna del popolo curdo di fronte a queste sfide»

Come valuta la consapevolezza e l’interesse della società europea nei confronti della storia e delle aspirazioni del popolo curdo?
«Rispondendo alla domanda su quanto la comunità europea sia consapevole della storia e degli ideali del popolo curdo, si può analizzare in tre aspetti.
Visione orientalista: nell’approccio orientalista, i curdi sono spesso visti all’interno di un contesto più ampio del Medio Oriente. Gli orientalisti europei generalmente trattano la cultura, la lingua e la storia curda con un approccio analitico e accademico, ma talvolta con una certa distanza culturale e una visione dall’alto. C’è interesse, ma più teorico e di ricerca che empatico o attivo. Livello generale della società: tra la popolazione generale europea, la consapevolezza riguardo alla questione curda è generalmente superficiale e limitata alle notizie politiche e ai media, come la guerra contro l’ISIS o la repressione in Turchia e Iran. La conoscenza profonda della storia e degli ideali curdi è scarsa, sebbene in alcuni paesi (come Germania, Francia e Svezia, dove c’è una numerosa comunità curda) la consapevolezza pubblica sia leggermente maggiore. Visione delle élite: tra le élite politiche, culturali e accademiche europee, la consapevolezza della storia e dei diritti curdi è maggiore. Molti membri delle élite, tra cui i rappresentanti dei parlamenti e gli attivisti per i diritti umani, hanno sostenuto gli ideali del popolo curdo, sebbene questo sostegno spesso rimanga simbolico o politico e non si traduca in azioni pratiche su larga scala»

Qual è la sua prospettiva sui rapporti tra il Kurdistan iracheno e Israele e come viene percepita questa relazione all’interno della comunità curda della diaspora?
«A partire dagli anni ‘60, si è sviluppata una relazione non ufficiale e talvolta segreta tra i curdi iracheni e Israele. Queste relazioni rientrano nella “teoria periferica” di Israele, che mira a stabilire legami con minoranze non arabe, non turche e non persiane nella regione, tra cui i curdi, per indebolire i centri di potere principali in Medio Oriente. Le collaborazioni sono state principalmente di natura strategica, informativa ed economica, e in momenti cruciali, come il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno nel 2017, il sostegno di Israele è diventato pubblico. Nella diaspora curda, le opinioni su questa relazione sono diverse:
le élite politiche e intellettuali tendono ad avere una visione pragmatica e orientata agli interessi, vedendo la relazione con Israele come un’opportunità strategica per raggiungere alcuni obiettivi nazionalisti. La popolazione generale, soprattutto quella con inclinazioni islamiche o influenzata dal discorso palestinese, ha una visione negativa e talvolta radicale, vedendo questa relazione con sospetto o opposizione. Pertanto, questa relazione è attiva a livello politico, ma a livello sociale e di diaspora è oggetto di controversia e divisione»

Se potesse esprimere un desiderio per il futuro del popolo curdo, quale sarebbe la sua più grande speranza?
«Desidero che il popolo curdo non sia mai più vittima di genocidi umani, culturali, economici o linguistici. Un popolo che crede fermamente nella democrazia, nella convivenza pacifica e nella diversità culturale merita di vivere in pace, dignità e autodeterminazione. Noi curdi siamo un popolo combattivo, laborioso, resiliente e ricco di una cultura profonda e radicata; una cultura che ha accolto e onorato religioni, etnie e tradizioni diverse. Il mio desiderio è che le risorse naturali della nostra terra siano nelle mani del popolo curdo, non in quelle di potenze che ci hanno negato o oppresso. E che i paesi vicini—Iran, Iraq, Turchia e Siria—ci trattino non con uno sguardo coloniale, ma come vicini di pace e pari dignità. Voglio un futuro in cui i curdi siano liberi, rispettati e in pace, svolgendo il loro ruolo nella costruzione di un mondo giusto».

Elisa Garfagna
giornalista

 

 


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