Hayat Tahrir al Sham, il gruppo di formazioni jihadiste che ha rovesciato il dittatore Bashar Assad, ha un consistenza di circa 35.000 militanti. Con 35.000 uomini non è possibile controllare tutta la ex-Siria. Quindi Hayat Tahrir al Sham deve fare alleanze con altre milizie che attualmente controllano pezzi della ex-Siria. Come si configura la ex-Siria da questo punto di vista? Iniziamo da nord. Il territorio a nord di Aleppo è controllato da diverse milizie pro-turche raccolte sotto la sigla Syrian National Army. Non si può considerare l’S.N.A come una forza coesa; tra la quarantina di milizie che lo compongono alcune in passato si sono persino scontrate. La fedeltà alla Turchia di questo piccolo esercito pare comunque assodata, alcune formazioni portano persino il nome di condottieri ottomani, come la Divisione Sultan Murad e la Brigata Suleyman Shah. Parte di queste truppe sarebbero state inviate a difendere gli interessi turchi anche al di fuori della Siria; in Libia, in Azerbaijan ed in Niger.
Nell’area di loro competenza, che ad oggi va dal Cantone di Afrin fino a Manbij, la moneta di scambio non è la Lira Siriana ma la Lira Turca. In questa fascia di territorio sono attivi uffici postali turchi. Di fatto il nord-ovest della ex-Siria appare come una provincia turca e il Syrian National Army sembra seguire più l’agenda delle priorità turche rispetto a quelle siriane. Solo il tempo ci dirà quali sono i veri rapporti tra le milizie di al-Jolani e la Turchia, ma si può star certi che quest’ultima farà quanto in suo potere per rendere facili i rapporti tra il fedele Syrian National Army ed i jihadisti di Hayat Tahrir al Sham. La Turchia in tutti questi anni è stato l’unico Paese a sostenere fedelmente i ribelli siriani, ed ora che ha colto la vittoria ha tutto il desiderio di vedere stabilizzata la situazione nella ex-Siria. In prima battuta perché, nel corso di 13 anni di guerra civile, ha dovuto accogliere circa 3 milioni e mezzo di profughi. Questa ondata migratoria ha destabilizzato il Paese ed in chiave elettorale ha rafforzato, a spese dell partito del Presidente Erdogan, quelle formazioni politiche che sullo slogan: “Prima i turchi!” hanno fatto la loro ultima campagna elettorale. I profughi siriani però rientreranno in patria solo se vedranno una situazione pacificata e delle prospettive di sviluppo. A questo proposito una ex-Siria stabile è anche importante economicamente per la Turchia. Prima della guerra civile, nella sola provincia di Aleppo, operavano circa 400 piccole e medie aziende turche, che ne facevano un importante polo di interscambio per l’economia di Ankara. In ultima battuta ricordiamo che la Siria in passato apparteneva all’Impero Ottomano e che Erdogan è uno di quei turchi che considerano il Trattato di Losanna – che mise fine alle pretese turche su Cipro, Siria e Iraq – come un’umiliazione da riscattare almeno in parte.
Passiamo ora ad est. Oltre tutto il percorso dell’Eufrate, giù fino al confine iracheno, il territorio è presidiato, per ora, dalle milizie curdo-arabe delle Syrian Democratic Force, alleate ufficialmente con gli Stati Uniti. Non sappiamo quanta parte di questo territorio in futuro sarà ancora sotto il loro controllo. Le milizie pro-turche hanno rifiutato il cessate il fuoco proposto recentemente dagli americani, attaccano le SDF e sono decise ora a conquistare Kobane, al momento non sappiamo come si evolverà la situazione. Comunque sia, nell’est a guida curda c’è buona parte della ricchezza della ex-Siria, consistente nella massima concentrazione di pozzi di petrolio ed in significative risorse agro-alimentari; inoltre i curdi siriani sono sì sunniti, ma hanno generalmente uno stile di vita laico che male si configura con la stringente legge islamica promossa da Hayat Tahrir al Sham; anche questo potrebbe non deporre bene per future alleanze delle SDF sotto la guida dell’islamista al-Jolani. Al centro della ex-Siria c’è il deserto di al-Badia, controllato dallo Stato Islamico (senza più l’ostacolo dell’aviazione russa gli americani lo stanno bombardando intensamente in questi giorni). Al centro del confine sud, sulla linea di limite territoriale con l’Iraq e la Giordania, ci sono gli americani con la base militare di al-Tanf, intorno alla base, per un’estensione che non sappiamo più misurare dopo la fuga dell’esercito di Assad, c’è una zona cuscinetto presidiata dalla milizia a guida americana Maghawir al-Thawra. A sud, nei territori a ridosso dei confini con la Giordania, c’è la Provincia di Daraa, controllata da un cartello di milizie della South Operation Room. Tra i capi di queste milizie spicca il nome di Ahmad al-Hawda l’uomo che negli ultimi anni ha sostanzialmente controllato militarmente Daraa con il beneplacito dei russi.
Sappiamo che al-Jolani si è incontrato con i capi dei ribelli del sud e che l’incontro è andato bene, ed abbiamo visto la fotografia che nell’occasione li ha immortalati tutti insieme. Se l’accordo trovato oggi durerà anche tra un mese od un anno non sappiamo dire. Poi c’è la zona del Golan ex-siriano fino ad ora controllato dai drusi e poi c’è il confine con Israele. Quel confine Israele lo ha contrattato con Assad padre nel 1973, dopo che la Siria aveva perso la Guerra del Kippur, e successivamente ha continuato a contrattarlo con Assad figlio. Quel confine, in attesa di una sistemazione definitiva, prevedeva una fascia smilitarizzata tra Siria ed Israele sotto monitoraggio dell’ONU. In brutale sintesi: sulla tracciatura di quel confine le parti non sono mai arrivate ad un accordo, ma per 50 anni si è continuato a trattare, (accordi segreti in capitali europee saltati all’ultimo minuto, incontri segretissimi per fare diventare la zona smilitarizzata un parco con due uscite (!), saltato). L’accordo non è mai giunto ma per 50 anni il confine “contestato” non è mai stato violato. Oggi però la Siria degli Assad non esiste più ed Israele, per cautelarsi dal bailamme a guida jihadista che è la ex-Siria attuale, ha occupato la fascia smilitarizzata prevista dall’accordo del ‘73.
Due notazioni: ad Aqaba si è recentemente tenuto l’Incontro del Comitato di Contatto Ministeriale Arabo sulla Siria. Vi hanno aderito l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, l’Iraq, il Libano e il Segretario della Lega Araba. Nel comunicato finale di cui abbiamo preso visione sono state scritte bellissime parole, Israele è nominato alcune volte ma sempre con il nome tra virgolette: “Israele” … Colui che non si può nominare senza virgolette, cioè “Israele”, viene condannato – al punto 13. – per l’incursione nella zona smilitarizzata prevista dall’accordo del ‘73 nonché in una serie di siti sulle colline del Golan. Sul fatto che i turchi controllino di fatto un 15% del nord ex-siriano e che gli statunitensi in Siria controllino al-Tanf e la zona circostante neppure una parola. Con i “vicini” che Israele (noi qui in Europa lo scriviamo senza virgolette) si ritrova, io non mi stupirei se lo Stato ebraico, nel dubbio, piazzasse un super radar sul picco del Monte Hermon. Tanto per controllare cosa combinano i suoi “vicini” nella ex-Siria e dintorni. Seconda notazione: è normale leggere in questi giorni che la Siria: “è uscita dal suo periodo più buio”. Giusto. Siamo contenti. Però va precisato che prima di questo buio sulla Siria non splendeva una gran luce. Tra il 1947 ed il 1970 ci furono in Siria 21 cambi di governo, tra i quali 10 furono colpi di stato. Quando si parla di Siria è bene non essere troppo ottimisti.
Virgilio Lo Presti
analista geopolitico






