GENNAIO 2026
CGIL, indignazione a geometria variabile: perché il sindacato parla di Maduro ma tace su Ucraina, Iran e Fiat
Dalle piazze pro-Pal alla solidarietà con Caracas, mentre restano senza voce l’aggressione russa all’Ucraina, i crimini del regime iraniano e l’uscita di Fiat dall’Italia: la linea della CGIL rivela un internazionalismo selettivo sempre più politico.
La solidarietà della CGIL al regime venezuelano di Nicolás Maduro non è una scivolata occasionale, ma l’ennesima conferma di una linea politica ormai chiara: un internazionalismo selettivo, rigoroso solo quando l’obiettivo polemico è l’Occidente, indulgente — o silenzioso — quando in gioco ci sono regimi autoritari, guerre di aggressione o repressioni sistematiche dei diritti. Prima delle piazze pro-Maduro, erano arrivate quelle pro-Pal, sostenute o legittimate dal sindacato senza particolari cautele. Mobilitazioni in cui la difesa dei diritti umani si è spesso trasformata in una narrazione a senso unico: indignazione totale contro Israele e l’Occidente, rimozione o minimizzazione delle responsabilità di gruppi armati, ambiguità sul terrorismo, silenzio sull’uso politico dei civili. Anche in quel caso, più che l’universalità dei diritti, ha prevalso una lettura ideologica dei conflitti, dove la colpa è sempre collocata da una sola parte. Lo stesso schema si ripete oggi con il Venezuela. La CGIL trova parole, attenzione e visibilità per un regime accusato di reprimere sindacati indipendenti, incarcerare oppositori, manipolare elezioni e spingere milioni di cittadini all’esilio. Un paradosso evidente per un’organizzazione che dovrebbe avere come bussola la libertà sindacale e la tutela dei lavoratori, non la difesa politica di governi autoritari purché ostili agli Stati Uniti.
Ancora più assordante è il silenzio sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa, ordinata da Vladimir Putin, ha provocato una delle più gravi crisi europee dal secondo dopoguerra: città distrutte, deportazioni, milioni di profughi, un impatto diretto su energia, inflazione e industria. Eppure dalla CGIL non è mai arrivata una condanna politica chiara, netta, inequivocabile. Nessuna grande mobilitazione, nessuna campagna strutturata, nessuna presa di posizione paragonabile per forza e visibilità a quelle riservate ad altri scenari. Un silenzio difficile da giustificare, soprattutto perché quella guerra colpisce direttamente il mondo del lavoro italiano: costo dell’energia, crisi delle filiere, perdita di competitività industriale. Tutti temi che dovrebbero essere centrali per un sindacato, ma che sembrano evaporare quando l’aggressore non rientra nel perimetro dei “nemici giusti”. Lo stesso vale per l’Iran. Il regime degli ayatollah continua a reprimere il dissenso, a giustiziare oppositori, a perseguitare donne e minoranze, a negare ogni autonomia sindacale reale. Anche qui, nessuna indignazione sistematica, nessuna mobilitazione coerente con i principi che la CGIL invoca altrove. I diritti umani diventano così una variabile politica, non un valore non negoziabile.
La selettività emerge con chiarezza anche sul terreno industriale nazionale. Quando FIAT ha progressivamente ridotto e poi smantellato una parte decisiva della sua presenza produttiva in Italia, con conseguenze pesantissime su occupazione e territori, non si è vista una battaglia sindacale all’altezza della posta in gioco. Nessuno scontro frontale prolungato, nessuna pressione politica costante, nessuna mobilitazione paragonabile a quelle organizzate su cause geopolitiche lontane migliaia di chilometri. Il silenzio del segretario Maurizio Landini su quella uscita di scena industriale resta uno dei passaggi più emblematici di questa fase: la storica casa automobilistica italiana lasciava il Paese, ma l’urgenza sindacale sembrava altrove. Ne esce l’immagine di una CGIL sempre più politicizzata e sempre meno riconoscibile come soggetto autonomo di rappresentanza del lavoro. Un’organizzazione pronta a scendere in piazza per narcotrafficante Maduro, indulgente verso le ambiguità delle piazze pro-Pal, silenziosa sull’aggressione russa all’Ucraina, cauta davanti ai crimini del regime iraniano e sorprendentemente tiepida quando le grandi aziende abbandonano l’Italia. Più che un sindacato universale dei lavoratori, sembra emergere un attore politico guidato da una bussola ideologica rigida, che decide chi merita indignazione e chi no. E in questo gioco di silenzi e mobilitazioni a geometria variabile, a restare senza tutela sono spesso proprio i lavoratori e i diritti che la CGIL dice di voler difendere.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






