Alcuni ostacoli al piano Mattei italiano

Sul sito del Ministero dell’Università e della Ricerca c’è una descrizione de il Piano Mattei per l’Africa: “è il progetto strategico di diplomazia, cooperazione allo sviluppo e investimento dell’Italia per rafforzare e rinnovare i legami con il continente”. Il Governo ha individuato per la prima fase una serie di Paesi pilota: Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Libia, Costa d’Avorio, Mozambico, Repubblica del Congo, Etiopia e Kenya, Ruanda, Sud Africa per azioni concrete lungo sei settori di intervento: sanità, istruzione e formazione, agricoltura, acqua, energia ed infrastrutture.Due, invece, le fasi di sviluppo, alcuni progetti pilota già avviati in 9 paesi africani, per un valore di 5,5 miliardi: briciole rispetto ai piani di investimento dei concorrenti italiani in Africa. L’Italia si accorge, dunque che l’Africa è importante. Niger, Senegal, Costa d’Avorio, RDC e Ruanda saranno tra le dieci economie africane in più rapida crescita, secondo le previsioni della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (ECA) per il 2024. Il rapporto afferma che il tasso di crescita economica del continente dovrebbe aumentare dal 2,8% nel 2023 al 3,5% nel 2024 e raggiungere il 4,1% nel 2025. Entro il 2025 apparirà un’agenzia di rating del credito indipendente. Va  detto che l’Italia arriva tardi, e non per questo bisogna tirarsi indietro, va però anche presa coscienza che abbiamo messo gli occhi su paesi problematici e che sono già nel mirino di concorrenti ricchi e con progetti strategici per l’Africa da qui a vent’anni e che a differenza dell’Italia non si perdono nei meandri della burocrazia.

Partiamo dal Marocco, un paese che da anni chiede all’Italia una mano per esempio nel settore delle migrazioni a livello di gestione dei flussi migratori, nel 2018 al Global Compact for Migration a Marrakech, dove si doveva decidere come regolamentare i flussi migratori a livello globale, l’Italia ci ha mandato alcuni sindaci. La Francia sta ricucendo i rapporti dopo anni difficili. Cina e Turchia già presenti.
Algeria: l’attuale presidente Abdelmadjid Tebboune è amico di Vladimir Putin, l’anno scorso, è stato firmato un accordo di partenariato strategico e di cooperazione tra la Russia e Algeria. Il 23 luglio 2024 il presidente della Duma di Stato Vyacheslav Volodin è voltato ad Algeri per una visita ufficiale e ha incontrato il presidente del Parlamento Brahim Bougali, obiettivo: perfezionare l’accordo di partenariato che prevede cooperazione nel campo: economico, culturale e scientifico e militare. Non si può trascurare l’influenza iraniana che da anni ha strette relazioni con l’Algeria, paese che oltre al Gas possiede licenze per produrre diversi tipi di munizioni e armi leggere e medie.
Tunisia: nonostante i memorandum, i tunisini non hanno una buona opinione dell’Italia, troppe volte ha promesso e poi si è dileguata. Tunisi, per molti anni è stata nel mirino delle fondazioni del Qatar che sono arrivate con molti soldi in cambio del non controllo dei loro affari locali. La Turchia è arrivata applicando il metodo Cinese, contratti capestro per prendere il patrimonio economico-finanziario, in Tunisia, Ankara e Doha hanno sponsorizzando anche un partito politico che è stato al potere: Ennahda, di Ghannouchi. Il capitolo politico turco in Tunisia si chiude ma non estingue il 19 aprile 2023 con la chiusura delle sedi del partito e l’arresto del politico.
La Libia è nel mirino della Turchia da molti anni ma il suo interesse è diventato palese nel 2020 con l’accordo dei confini marittimi, i militari turchi saranno sul suolo di Tripoli fino al 31/12/2026, dalla Turchia la Libia compra tutto e i turchi stanno investendo moltissimo, anche qui la Fratellanza Musulmana ha i suoi referenti locali. L’Italia al momento resta il partner commerciale europeo più importante. Ma già oggi, senza il sì di Erdogan nessuno a Tripoli fiata. Nel Fezzan, e in Cirenaica ci sono i russi, che da anni coltivano ottime relazioni con i clan tribali e con la Bengasi di Haftar che ricordiamo ha il petrolio mentre Tripoli ha i rubinetti. In Libia poi a non volerci anche gli Emirati Arabi Uniti che se possono farci lo sgambetto in favore di Londra lo fanno. I Cinesi nel frattempo costruiscono.
Egitto: troviamo la Russia, con la costruzione delle centrali nucleari e la Turchia con il manufatturiero, non dimentichiamo l’esperienza, passata, ma non estinta della Fratellanza Musulmana legata a Morsi, soliti sponsor, infine non possiamo dimenticare gli investimenti del Qatar molto vicino ad Ankara. Cina presente soprattutto nel settore edile.
Etiopia. Se l’Africa occidentale francofona, ha registrato negli ultimi 7 anni 9 colpi di stato militari, ora questa ondata ora va verso il Corno d’Africa, primo paese a rischio l’Etiopia. Segnali di imminente instabilità sono chiaramente emersi in queste settimane, per l’edizione etiope di The Reporter, ad Addis Abeba sono sorti timori per un possibile colpo di stato.
Kenya. In Italia conosciuto per il turismo ha un’area interessata da al Qaeda, la zona al confine con la Somalia. L’Ucraina, il cui debito pubblico ammontava a 136,35 miliardi di dollari al 31 ottobre 2023, promette di “investire” nell’agricoltura locale. In questi giorni il Kenya vive disordini per l’aumento delle tasse.
Sul Ruanda dovremmo investire, Paul Kagame è stato rieletto da poco, è un paese stabile il concorrente più agguerrito è la Cina, ma ci sono tutti. La Russia ha investito nel settore agricolo.  Tra le nove ambasciate ucraine che dovrebbero aprire nel 2025 in Africa c’è il Ruanda.
Sul Mozambico, RDCongo c’è da risolvere, tra gli altri,  il capito ISIS, problema  comune anche in Niger dove l’Italia ha una missione militare. Miliziani che sono siti dove ci sono le risorse minerarie più rilevanti dove anche ENI è impegnata economicamente. In RDC Congo, nel nord si contano più 160 gruppi di ribelli, oltre a ISIS: nella provincia di Tshopo, nel nord-est, in settimana un gruppo di ribelli si è unito ai militanti M23. La Russia ha iniziato a fornire carbone al Mozambico.

Antonio Albanese
direttore di AGC COMMUNICATION