MAGGIO 2026
Mentre in Italia la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein continua a indicare la Spagna di Pedro Sánchez come modello politico da seguire, proprio in questi giorni gli attivisti della Global Sumud Flotilla stanno sperimentando sulla propria pelle un dettaglio spesso rimosso dalla propaganda: quando si sfidano le forze dell’ordine in mezzo a manifestazioni non autorizzate, blocchi e tensioni di piazza, la risposta della polizia può essere tutt’altro che gentile. E non solo in Israele. Le immagini e i racconti arrivati nelle ultime ore da Spagna, Egitto e Olanda mostrano infatti diversi militanti pro-palestinesi fermati, trascinati via con la forza, caricati e in alcuni casi colpiti durante gli interventi delle forze di sicurezza locali. Scene che contrastano con la narrazione costruita negli ultimi mesi da parte di alcuni attivisti della Global Sumud Flotilla, abituati a presentare Israele come l’unico Paese al mondo capace di usare metodi duri contro cortei, occupazioni o provocazioni organizzate.
In Spagna, il Paese spesso celebrato dalla sinistra europea come laboratorio politico “progressista”, le forze dell’ordine sono intervenute durante manifestazioni e blocchi collegati alle iniziative pro-Gaza. Video circolati sui social mostrano attivisti spinti a terra, immobilizzati e trascinati via dagli agenti. Un copione che ha sorpreso soprattutto quei militanti italiani che da anni descrivono Madrid come una sorta di paradiso dei diritti civili. La situazione non è stata più morbida in Egitto, dove alcuni partecipanti alla flottiglia e alle iniziative di solidarietà hanno raccontato di essere stati fermati, controllati e malmenati dalle forze di sicurezza del Cairo. Una realtà prevedibile per chi conosce il funzionamento degli apparati egiziani, ma che improvvisamente sembra aver scioccato parte del circuito attivista europeo. Curiosamente, molti degli stessi protagonisti che accusavano Israele di “repressione sistematica” sono apparsi molto più prudenti quando a intervenire è stata la polizia egiziana. Anche in Olanda non sono mancati momenti di tensione. Durante proteste e iniziative collegate al movimento pro-palestinese, la polizia è intervenuta con decisione per disperdere i manifestanti e procedere a diversi fermi. Le immagini diffuse online mostrano scene che, se fossero avvenute a Gerusalemme o Tel Aviv, probabilmente avrebbero occupato per giorni talk show, dirette Instagram e conferenze stampa indignate.
Il dato politico però resta soprattutto italiano. Perché mentre queste immagini fanno il giro del web, in Italia continua il dibattito sul “modello Sánchez”. Partito Democratico e la sua leader Elly Schlein insistono nel presentare il premier spagnolo come riferimento politico e morale per l’Europa progressista. Eppure proprio la Spagna, celebrata come esempio di civiltà politica, non ha esitato a usare la forza contro gli stessi ambienti militanti che in Italia vengono spesso raccontati come vittime permanenti di ogni intervento di polizia. La contraddizione appare evidente: quando gli scontri avvengono in Israele si parla immediatamente di “repressione”, “violazioni dei diritti umani” e “violenza di Stato”. Quando invece le manganellate arrivano in Spagna, in Egitto o in Olanda, il racconto cambia improvvisamente tono, si fa più prudente, quasi imbarazzato. La realtà è che le forze dell’ordine intervengono ovunque quando ritengono compromesso l’ordine pubblico. Succede nelle democrazie europee, nei Paesi arabi e naturalmente anche in Israele. Ma ammetterlo significherebbe far crollare una narrazione costruita da anni attorno all’idea di un’unica eccezione negativa da demonizzare a prescindere.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






