SETTEMBRE 2025
La guerra in Ucraina ha accelerato il passaggio dell’Unione Europea da semplici dibattiti a misure concrete per la difesa. Il European Defence Industry Reinforcement Through Common Procurement Act del 2023, con un finanziamento iniziale di 300 milioni di euro, ha già generato oltre 11 miliardi in appalti congiunti. Parallelamente, il Fondo europeo per la difesa sostiene progetti di ricerca transnazionali e rafforza l’interoperabilità militare, mentre il Programma per l’industria europea della difesa promette ulteriori 1,5 miliardi per potenziare la resilienza industriale.Nel marzo 2025, Bruxelles ha compiuto un ulteriore salto con il Libro bianco per la difesa europea – Prontezza 2030 e il ReArm Europe Plan, che mette sul tavolo 800 miliardi di euro in spesa per la difesa, un fondo prestiti da 150 miliardi e il sostegno della Banca europea per gli investimenti. L’obiettivo è rifornire rapidamente munizioni, modernizzare piattaforme come carri armati e veicoli blindati e ridurre le vulnerabilità dell’industria europea.
La questione dei minerali critici
Nessuna di queste ambizioni può però realizzarsi senza un accesso stabile ai minerali essenziali. Il Critical Raw Minerals Act del 2024 segna un punto di svolta: punta a ridurre la dipendenza dell’UE da fornitori esterni con potere di mercato sproporzionato, a rafforzare il riciclo e l’estrazione interna e a diversificare le importazioni tramite accordi bilaterali e multilaterali. Finora Bruxelles ha siglato 14 intese, cui si aggiungono quelle con Ucraina e Regno Unito. Il tema riguarda non solo l’energia e le tecnologie digitali legate alla transizione verde, ma anche – e sempre di più – l’aerospazio e la difesa. Senza litio non si costruiscono batterie militari, senza terre rare non funzionano radar e missili, senza gallio i sistemi di comunicazione diventano obsoleti. Sebbene Stati Uniti e Unione Europea condividano la necessità di rafforzare le rispettive basi industriali, i progressi sono lenti e frammentati. A pesare è soprattutto l’incertezza della politica commerciale americana, con strumenti come l’Inflation Reduction Act che privilegia la filiera interna e rischia di penalizzare i partner europei. Come scrive War on The Rocks in un suo recente report, meccanismi di cooperazione come il Mineral Security Partnership o il Trade and Technology Council restano sulla carta, frenati da iter politici complessi e dall’attesa della conferma di alti funzionari a Washington. Nel frattempo, Pechino continua a dettare legge nel mercato dei minerali, imponendo restrizioni alle esportazioni e creando eccessi di offerta che mettono in difficoltà produttori occidentali.
Verso nuove forme di collaborazione
Non mancano tuttavia segnali incoraggianti. Alla Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina del luglio 2025, la US Development Finance Corporation ha aperto alla possibilità di co-investire con la Banca europea per gli investimenti nel nuovo Fondo USA-Ucraina. Inoltre, Bruxelles ha selezionato 47 progetti strategici nazionali legati a minerali critici e altri 13 all’estero, tra cui in Ucraina e nel Regno Unito. L’UE ha lanciato anche una Piattaforma per l’Energia e le Materie Prime, con un sistema di matchmaking tra fornitori e consumatori che presto includerà anche i minerali critici. Entro il 2026 nascerà un Centro europeo per le Materie Prime Critiche, che coordinerà acquisti congiunti e scorte strategiche. Se dotato delle risorse necessarie, potrà diventare l’equivalente europeo della giapponese Japan Organization for Metal and Energy Security, punto di riferimento nella gestione del rischio di forniture. La costituzione di riserve congiunte, l’adozione di misure di salvaguardia coordinate e la condivisione di informazioni lungo la catena di valore sono strumenti che potrebbero rafforzare sia l’UE sia gli Stati Uniti, limitando l’impatto delle politiche aggressive della Cina. La sfida è trasformare queste iniziative in un quadro coerente e duraturo, che vada oltre i progetti pilota e diventi parte integrante della strategia di difesa transatlantica. Per Washington, una maggiore autosufficienza europea significherebbe liberare risorse da reindirizzare verso l’Indo-Pacifico, la vera priorità strategica americana. Per Bruxelles, significherebbe ridurre una dipendenza che oggi mette a rischio non solo la sicurezza energetica e digitale, ma anche la capacità di produrre armi e sistemi militari avanzati.La guerra in Ucraina ha reso evidente una verità semplice: senza metalli non ci sono carri armati, senza semiconduttori non ci sono sistemi d’arma, senza catene di approvvigionamento sicure non c’è deterrenza credibile. L’Europa ha dimostrato la volontà di rafforzare le proprie capacità e di sostenere l’Ucraina, ma il passo decisivo è garantire le materie prime necessarie per trasformare piani e fondi in strumenti concreti di difesa. Solo una cooperazione stretta con gli Stati Uniti può assicurare quella resilienza industriale indispensabile per affrontare le sfide geopolitiche del prossimo decennio.
Stefano Piazza
vice direttore IUS101.it






