FEBBRAIO 2026
L’escalation del conflitto in Medio Oriente ha innescato una dolorosa reazione a catena che ha superato i confini geografici, accendendo un clima di odio e un preoccupante antisemitismo in molte città europee e occidentali. La tensione sociale è palpabile: la legittima difesa dei diritti del popolo palestinese si confonde troppo spesso con l’istigazione all’odio e alla violenza, minando la coesione civile.
La voce di Yahya Sergio Yahe Pallavicini risuona per la sua chiarezza e limpidezza ideologica. L’Imam di Milano, Vicepresidente della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana e figura autorevole nella Consulta per l’Islam italiano, rappresenta una delle massime espressioni dell’Islam moderato e dialogante in Italia. La sua posizione, ribadita con forza in recenti interventi è inequivocabile: è un dovere prendere le distanze da ogni forma di fanatismo. Come egli stesso afferma: «I violenti che hanno assaltato La Stampa hanno danneggiato la stessa causa palestinese che sbandierano di voler difendere», un messaggio diretto a chi strumentalizza la fede per fini ideologici. Il profilo di Pallavicini è quello di un intellettuale che incarna una singolare sintesi tra diverse culture e fedi. Nato a Milano da madre giapponese e padre italiano, e aderente a un Islam che affonda le radici nella tradizione spirituale e ortodossa del Sufismo, Pallavicini è il testimone di come l’Islam possa e debba convivere pienamente con la cittadinanza europea. Per lui, l’integrazione non è un atto amministrativo, ma un percorso di coesione sociale e dialogo teologico. La CO.RE.IS., che rappresenta la sua visione, si distingue per il suo impegno costante nel dialogo interreligioso, in particolare con la comunità ebraica italiana, e per il suo netto rifiuto delle ideologie fondamentaliste. L’obiettivo è costruire un’identità islamica occidentale che sia allo stesso tempo fedele ai suoi principi spirituali e leale alla nazione ospitante. Oggi, l’Imam Pallavicini è in prima linea nella lotta contro la radicalizzazione, un fenomeno che trova terreno fertile nelle sacche di isolamento sociale e, sempre più spesso, nelle dinamiche tossiche del web, come la cyber jihad. CO.RE.IS. cerca di offrire una contro-narrazione basata sulla ricchezza della dottrina islamica, sulla tolleranza e sulla bellezza dell’approccio mistico. In questa intervista esclusiva, abbiamo voluto approfondire con l’Imam non solo le sue prese di posizione sulle crisi geopolitiche, ma la strategia per tutelare la comunità dalle infiltrazioni dell’estremismo.
Imam, come può un leader religioso guidare i suoi fedeli a discernere tra la giusta causa umanitaria e l’uso manipolatorio della violenza?
«Non c’è alcuna giustizia nella violenza e non bisogna mai confondere la legittima difesa con una guerriglia o una ritorsione! Una guida spirituale deve cercare di svolgere la propria funzione cercando sempre il bene collettivo secondo una prospettiva che rispetti l’ordine sociale e una dimensione religiosa della vita che comprende l’intelligenza della fede e la ricerca della logica superiore della divina provvidenza. La maturazione del credente passa dall’affinamento nella saggezza e nel giusto discernimento, caso per caso, di una verifica con i maestri, la comunità e la società civile, nel suo insieme. La violenza fisica, psicologica o di tirannia politica deve sempre trovare una reazione costruttiva sul piano del dibattito intellettuale, un richiamo alla onestà e alla giustizia, anche se il dibattito è asimmetrico e l’altro interlocutore è ostinato nella sua arroganza di potere, nella manipolazione del pensiero e nella coercizione armata. Comunque, non c’è mai alcun bene nel provocare un disordine o nel cercare vendette»
Quali sono le responsabilità etiche e civili dei musulmani europei in un momento in cui l’identità islamica è costantemente sotto esame?
«Le responsabilità dei musulmani in Europa consistono nell’imparare a vivere come un modello di eccellenza nella cittadinanza, consapevoli del contesto culturale e del processo storico e filosofico e giuridico, integrandosi senza assimilazione e senza alienazione, senza ghetti e senza rancore eversivo ma con l’intenzione di concorrere al bene e allo sviluppo della società. Occorre anche sapere che vi sono persone non disposte al rispetto e alla conoscenza di una nuova declinazione della fede nel Dio Unico. La loro ignoranza è coperta da un’arroganza che degenera in discriminazione radicale e ingiustizia sociale. Su questa base, e con questi interlocutori, ogni “esame” non potrà mai essere superato! Ma è l’esame della qualità della ragione della vita che ogni credente, musulmani europei compresi, deve affrontare e con pazienza e grazia cercare di superare»
E in che modo la sua vita e il suo orientamento vicino al sufismo possono fare da modello per un futuro di convivenza pacifica?
«La vita di ognuno può rappresentare un simbolo e un insegnamento universale. Basterebbe credere e lavorare su questa base per gareggiare insieme nella convivenza pacifica, ognuno secondo la propria disciplina spirituale e nella propria comunità religiosa e nella responsabilità sociale locale, nazionale e internazionale. Gli insegnamenti dei maestri dell’esoterismo islamico aiutano alcuni musulmani ad approfondire anche una dimensione ulteriore: essi insegnano che la vita è maestra di conoscenza interiore, occorre essere guidati aldilà delle apparenze e anche delle sovrastrutture artificiali, purificare la visione del cuore e disciplinare secondo armonia le espansioni dell’anima, realizzare una pacificazione che irradia un conforto spirituale e un’affidabilità reale nella costruzione di una convivenza autenticamente fraterna, un servizio nella misericordia»
Oggi, per molti giovani che si avvicinano all’Islam, la prima moschea è lo schermo del cellulare, spesso veicolo di un Islam de-contestualizzato e rigido, disconnesso dalla spiritualità. In che modo il suo approccio, così radicato e spiritualmente equilibrato, può offrire un modello di “identità digitale” islamica che resista alla superficialità e al settarismo degli algoritmi, invitando i giovani a riscoprire la profondità della fede al di là dei meme e degli slogan estremisti?
«Lo Spirito è una realtà che è presente nel cuore di ogni persona. Chi ci crede e segue una prospettiva spirituale partecipa di un’altra dimensione e interpretazione della vita e del mondo dove le qualità, i limiti e i difetti delle cose e delle persone sono elementi di un teatro sacro e non solo di una casualità o superficialità e tantomeno di un giudizio morale. I giovani intelligenti si stuferanno presto del vuoto e della frenesia inconcludente nel linguaggio dei meme e degli slogan. Per coloro che vorranno scoprire qualcosa di profondo, alto, saggio, illuminante, il patrimonio dell’insegnamento dei profeti e dei maestri d’Oriente e d’Occidente è una fonte di apertura della mente ai segni, ai significati e ai misteri dell’universo ma anche per la gestione della vita pubblica e interiore. La vera moschea è nella comunicazione del cuore, nei templi per la contemplazione e nella ricerca di pazienza e coraggio nelle prove di crescita e sviluppo integrale. Niente a che fare con l’artificio dell’integralismo!»
Elisa Garfagna
giornalista
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