La concentrazione geografica dell’Islam nel mondo spazia, con popolazioni musulmane presenti in quasi tutti i continenti. Tuttavia, le principali concentrazioni di musulmani si trovano in Asia e Africa. Il paese con la maggiore popolazione musulmana è l’Indonesia. Altri paesi con significative comunità islamiche includono Pakistan, India, Bangladesh, Nigeria e Egitto. Ma essere islamici non equivale ad essere islamisti o terroristi per essere più chiari. Anche se, possiamo dire senza giri di parole, che non esistono jihadisti o presunti tali che non siano anche musulmani.
Occorre partire dalla base e quindi dal concetto di jihadismo in senso stretto. Il termine jihadismo fa tradizionalmente riferimento al macrofenomeno del “fondamentalismo islamico” che, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti promuove il ‘jihad’, che in arabo significa “sforzo” o “lotta” contro coloro che a vario titolo sono considerati infedeli e per questo vanno puniti con la morte. Questa visione crudele si è consolidata con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 che ha generato sempre di più una jihad estrema, violenta e brutale gettando, altresì, una base ideologica per il terrorismo di matrice islamista che, grazie anche ad una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo ventennio migliaia di nuovi adepti, per di più giovanissimi.
Vero è che il concetto di jihad non rientra tra i cinque precetti fondamentali ma rappresenta un elemento centrale dell’Islam, attorno al quale sono fioriti importanti studi ed è stata sviluppata una teoria giuridica e politica. La complessità del fenomeno richiede di certo maggiore attenzione e analisi anche perché è in continua mutazione e si adatta alle tante variabili. La tesi per cui inserire lo strumento jihadista in una struttura di comando centralizzata e con un’unica regia non rende conto della difficile struttura del sistema criminale. Spesso, specie in riferimento ad al-Qaida o all’Islamic State, si è tradizionalmente utilizzato il concetto di Network, ad indicare quindi un organigramma ramificato che non si limitava esclusivamente nelle aree dell’Afghanistan e del Pakistan. Sul collegamento tra “centro” e “periferia”, sulla forza dei vincoli di affiliazione delle diverse cellule e sull’eventuale autonomia di azione di tali unità rispetto al “centro” si è sempre discusso ma senza arrivare mai a risposte chiare.
Provando a fare una panoramica globale delle aree dove tutt’oggi persiste il “pensiero jihadista” possiamo citare senza dubbio l’ISIS e le sue province come l’Islamic State–Khorasan Province (ISIS‑K) che è attiva principalmente in Afghanistan, Pakistan e Asia centrale, con stime attuali tra 4.000 e 6.000 membri, considerata una delle affiliate più temibili in termini di minaccia extra‑regionale. Mentre in Africa, soprattutto nel Sahel, l’IS‑Sahel Province (ISSP), nata come ISIS‑Greater Sahara, ha rafforzato il suo controllo nelle zone fluviali e di confine fra Mali, Niger e Burkina Faso, con un numero stimato di 2.000‑3.000 combattenti
Altre province rilevanti sono l’ISWAP operante nel bacino del Lago Ciad e ISCAP in Congo e Mozambico, anche se con impatto operativo più limitato. Difficile tralasciare anche i gruppi affiliati a quel che resta di al‑Qaʿida.
Spicca Jama‘at Nusrat al‑Islam wal‑Muslimeen (JNIM), anche conosciuta come Fronte d’Appoggio all’Islam e ai musulmani, una coalizione operativa nell’Africa occidentale, guidata da Iyad Ag Ghali e che controlla vaste aree fra Mali, Burkina Faso e Niger. Vanta oltre 6.000 combattenti e una crescente influenza territoriale, compresi tentativi di stabilire strutture di governance informale. Dal 5 settembre del 2018 è considerato come un’organizzazione terrorista dal Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti e si reso protagonista di uccisioni di giornalisti e missionari.
Degno di nota purtroppo anche l’organizzazione Al‑Shabaab che tradotto significa “La Gioventù”. Un gruppo militare legato ad al-Qaeda e inserito dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il suo obiettivo continua ad essere la creazione di uno Stato islamico-fondamentalista in Somalia. Oggi opera in Somalia e Kenya, sia come insurrezione territoriale sia attraverso attacchi terroristici regionali e internazionali.
Altro scenario rilevante è l’ISIS-Somalia che sta emergendo come hub operativo con circa 1.000 combattenti, potenzialmente importante per la logistica regionale dell’ISIS. Ma non è tutto! Vi sono anche minacce periferiche come cellule o piccoli gruppi affiliati o ispirati all’ISIS o al‑Qaʿida che operano in Egitto (Sinai), Libia, Mozambico e Asia sudorientale, su scala più ridotta ma allo stesso tempo pericolosi specie per chi sceglie di avventurarsi in zone poco frequentate dal turismo di massa.
Vincenzo Priolo
analista esperto di sicurezza






