Attualmente il Myanmar è un fornitore insostituibile di materie prime necessarie allo sviluppo di tecnologie del valore da trilioni di dollari. Ma solo la parte mineraria della catena di approvvigionamento è in Myanmar con il risultato che se da un lato il Paese realizza profitti economicamente insignificanti rispetto all’importanza dei prodotti finali dall’altro paga costi esorbitanti in termini ambientali e sociali. In termini economici l’industria estrattiva birmana, da poco più di un miliardo di dollari, è l’abilitatore industriale di catene del valore globali dal valore di circa nove triliardi di dollari che dipendono dalla fornitura di magneti permanenti realizzati con le terre rare del Paese. Parliamo delle industrie globali dell’automotive, della difesa, delle energie rinnovabili, dell’elettronica e degli elettrodomestici, un valore che potrebbe arrivare, entro il 2040, a 15 triliardi di dollari con i nuovi mercati nascenti dell’industria della robotica e della mobilità aerea.
Oggi il flusso di concentrati di terre rare del Paese verso l’unico cliente, la Cina, si è praticamente fermato da quando i ribelli hanno preso il controllo delle principali aree minerarie. All’inizio del mese di ottobre dello scorso anno, il Kachin Independence Army (KIA), un gruppo ribelle che combatte la giunta militare che ha preso il potere con il colpo di Stato del 2021, ha preso il controllo della città di Pangwa, il più grande distretto minerario di terre rare del Paese, e Chipwi nello Stato di Kachin. Da tempo per gli analisti è evidente che una chiusura prolungata della produzione del Myanmar, responsabile di oltre il 20% della produzione globale di ossidi di terre rare, avrebbe interrotto in modo significativo l’offerta cinese di terre rare pesanti, provocando un aumento dei prezzi. Secondo l’Amministrazione generale delle dogane cinese le importazioni dal Myanmar di ossidi e composti di terre rare, che nel 2024 sono state di quasi 40.000 tonnellate, nel mese di febbraio sono crollate a circa 300 tonnellate. Per quanto fosse evidente che la produzione del Myanmar è destinata a diminuire nei prossimi anni a causa dell’aggressivo sfruttamento delle risorse, e della distruzione ambientale inflitta al territorio, fino a dimezzarsi entro il 2030, nell’immediato costituisce una lacuna nelle forniture non facilmente colmabile. Il suo contributo nella fornitura di terre rare pesanti, in particolare disprosio e terbio, è stato di circa il 40% fino a raggiungere il 57% l’anno scorso, rendendo evidente il rischio sistemico per la catena di approvvigionamento globale dei magneti e per le industrie che ne dipendono. Secondo i feedback dalla regione mineraria dell’area di Longchuan dove sono immagazzinati i concentrati di terre rare destinati all’esportazione, l’epicentro del terremoto era relativamente lontano e non ha influenzato il trasporto su strada. È pertanto da ritenersi probabile che, in questo senso, non dovrebbero esserci impatti sulla fornitura di minerale del Myanmar qualora venisse sbloccata. Tuttavia, queste quantità, stimate al massimo in poche migliaia di tonnellate di concentrato, non possono sostituire il normale flusso dell’offerta verso i trasformatori cinesi se la produzione mineraria non riprende.
Resta da chiedersi cosa può essere accaduto alle centinaia di bacini di decantazione dove sono depositati acidi e materiali tossici e radioattivi. È in realtà questo il vero rischio per il Paese: il cedimento di questi bacini contaminerà i terreni e le falde idriche oltre ai corsi d’acqua. Il processo di arricchimento per produrre una tonnellata di concentrato di terre rare comporta la separazione e la rimozione di uranio e torio, naturalmente presenti nei minerali che contengono le terre rare, che vengono normalmente lasciati negli sterili, oltre a circa 50 metri cubi di acque di scarico contenenti acidi. Ma le ripercussioni del sisma potrebbero non limitarsi alle terre rare: il Paese è il terzo produttore globale di stagno e, anche in questo caso uno dei principali fornitori del Dragone Cinese. La principale regione produttrice, lo Stato di Wa, è anch’essa a distanza significativa dall’epicentro e si ritiene che gli effetti del sisma non dovrebbero essere stati tali da interrompere la produzione. Tuttavia, le tensioni presenti nella regione a cui si sommano ora le problematiche innescate dal sisma hanno portato le quotazioni del metallo ai massimi degli ultimi mesi. Più complessa la situazione per gli oleodotti e i gasdotti sino-birmani, un progetto di rilievo della Belt and Road Initiative, il cui tracciato che collega i porti birmani di Kyaukphyu e Sittwe, sul Golfo del Bengala, a Kunming in Cina, evitando il trafficato Stretto di Malacca, consente a Pechino di diversificare le rotte di approvvigionamento ed aumentare la sicurezza energetica. Le preoccupazioni per le interruzioni dei flussi per i potenziali danni sono giustificate: il percorso attraversa l’area dell’epicentro e sarà necessario quantomeno intervenire con un monitoraggio a cui successivamente seguiranno ispezioni e manutenzioni di emergenza per prevenire impatti secondari.
Giovanni Brussato
ingegnere minerario






