LUGLIO 2025
Messico. Dodici colombiani arrestati a Michoacán, nove dei quali ex militari. Sono accusati di aver partecipato a un attacco costato la vita a otto soldati messicani. Secondo le autorità, facevano parte di una squadra assoldata dal Cartello Jalisco Nuova Generazione (CJNG). L’episodio non è isolato: sempre più veterani colombiani, con esperienza in guerra e addestramento paramilitare, vengono reclutati dai cartelli della droga.
Lo fanno per soldi. Lo fanno perché in Colombia le pensioni sono misere, il futuro è un’incognita e l’alternativa è il nulla. Lo fanno perché i narcos offrono voli, contanti e armi. Lo fanno perché sono stati soldati e sanno combattere. Una voce, registrata e diffusa via WhatsApp, racconta senza emozioni come funziona. “Siamo col CJNG. Combattiamo contro altri cartelli, ma anche contro il governo. Il contratto è a tempo indeterminato”. A parlare è un ex militare colombiano, attivo in Messico. La sua testimonianza è una delle tante raccolte in un’inchiesta pubblicata da El País. Un suo collega, identificato solo come Juan, spiega di essere stato contattato dopo una missione in Ucraina. Aveva postato video su TikTok. I narcos lo hanno trovato lì.
Paghe da 2.000 dollari al mese, soldi in mano ogni settimana, voli diretti da Varsavia al Messico. “Partire dalla Colombia è più complicato – dice Juan – devi attraversare il Darién con documenti falsi. Meglio partire dall’Europa”. Non è un caso isolato. A Guanajuato, le autorità segnalano la presenza di “lancieri, artificieri, esperti di esplosivi colombiani”. In tutto il Messico cresce la preoccupazione per la militarizzazione del crimine. I cartelli stanno trasformando le guerre per il territorio in vere operazioni militari. Secondo Andrés Macías, membro del gruppo ONU sui mercenari, il motivo è chiaro: “I soldati colombiani hanno un livello di addestramento tra i più alti al mondo. Vanno in pensione a 40 anni, ma con alle spalle vent’anni di guerra contro la guerriglia”. Uomini temprati, pronti, arruolabili.
«Sono estremamente feroci -ci racconta Marcello Barbieri, esperto di intelligence e operazioni speciali (Contractor Support to Operation, CSO) – ed è proprio per questo che vengono scelti. Costano poco: bastano poche migliaia di dollari per assoldarli». Secondo Barbieri, la loro firma è l’uso sistematico di armi bianche. Non solo per uccidere, ma per terrorizzare. Una delle pratiche più brutali è quella di scuoiare le loro vittime. «La morte è quasi una liberazione. Una tecnica tristemente nota è la cosiddetta ‘camicia afghana’, che – nonostante il nome – ha origine in Colombia: consiste nel tagliare la pelle intorno al busto della vittima, sollevarla come un involucro e infilarvi dentro il corpo stesso.
I corpi mutilati o scuoiati vengono spesso esibiti in pubblico. Servono a lanciare un messaggio chiaro: nessuna pietà. In altri casi, le vittime vengono infilate in pneumatici incendiati e fatte rotolare giù da una collina, oppure decapitate con una motosega – un metodo brutale ma ‘efficiente’, usato anche per risparmiare munizioni. I proiettili costano -conclude Barbieri- a volte, più di una vita umana».
Il governo colombiano ha cercato di correre ai ripari. Il presidente Gustavo Petro ha promosso una legge per frenare il mercenarismo. Ma la realtà è che centinaia di ex soldati continuano a partire. Non solo per i cartelli. Anche per le guerre estere: Yemen, Ucraina… In tanti sono finiti in trappole. Come quelli coinvolti nell’omicidio del presidente haitiano Jovenel Moïse. O chi ha combattuto con i paramilitari sudanesi, costretto con l’inganno. Il fenomeno è noto da anni. Documenti riservati delle forze armate messicane, trapelati da un attacco hacker, mostrano che nel 2021 almeno 26 colombiani combattevano per il cartello di Tepalcatepec, rivale diretto del CJNG. In un’altra nota, un boss locale diceva che il suo medico aveva “curato 18 colombiani pronti a tornare in servizio”.
C’è un precedente illustre: quello dei Los Zetas, ex militari messicani diventati killer professionisti al soldo del Cartello del Golfo. All’epoca si parlò dei kaibiles, soldati di élite dell’esercito del Guatemala, addestrati per condurre operazioni speciali. Oggi lo schema si ripete. Ma con una scala più ampia, mezzi più sofisticati, social network come canali di reclutamento e un’intera generazione di ex soldati disillusi pronta a vendersi al miglior offerente. Paloma Mendoza Cortés, docente messicana di sicurezza nazionale ha dichiarato a El Pais: “La presenza di ex militari stranieri deve essere inclusa nella pianificazione delle politiche pubbliche. Sono vulnerabili, facili da arruolare, e cambiano gli equilibri sul campo”. Nel frattempo, il Messico continua a contare morti. Più di 30.000 omicidi l’anno.
Costantino Pistilli
giornalista






