MAGGIO 2025
Le relazioni tra India e Pakistan, due potenze nucleari storicamente rivali, stanno vivendo una nuova fase di grave deterioramento. Dal 1947, anno della loro indipendenza, i due Paesi hanno combattuto quattro conflitti su vasta scala: nel 1947-48, nel 1965, nel 1971 e nella crisi di Kargil del 1999. L’ultima escalation è stata innescata da un attentato attribuito da Nuova Delhi a Lashkar-e-Taiba (LeT), gruppo jihadista salafita, che avrebbe operato sotto copertura per eludere responsabilità dirette. Nel 2008, un attacco coordinato del LeT a Mumbai – che l’intelligence indiana ritiene sostenuto dai servizi segreti pakistani (ISI) – provocò la morte di 160 persone, tra cui sei cittadini statunitensi. Quel tragico evento portò i due Paesi sull’orlo della guerra. Oggi, una nuova crisi rischia di sfuggire al controllo senza un’urgente iniziativa diplomatica.
Come ricordato da io think thank americano The Soufan Group in sua recente analisi, l’attentato di fine aprile conferma come il terrorismo, pur avendo perso centralità nei dibattiti occidentali a favore della competizione tra grandi potenze, continui a incidere profondamente sugli equilibri internazionali. Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e l’azione del LeT in Kashmir mostrano come gruppi armati non statali possano avere un impatto sproporzionato sulla dinamica dei conflitti convenzionali. L’offensiva di Hamas e la logica risposta israeliana hanno infiammato il Medio Oriente. In parallelo, nel gennaio 2024, un attacco del gruppo sunnita Jaysh al-Adl contro l’Iran – partito dalla regione pakistana del Belucistan – ha provocato scambi di razzi tra Islamabad e Teheran. Il ruolo dell’amministrazione Trump in questa fase rimane poco chiaro, ma il recente rimpasto ha portato Marco Rubio a ricoprire contemporaneamente i ruoli di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale.
Il 7 maggio, l’India ha risposto al nuovo attacco del LeT lanciando l’Operazione Sindoor, il suo intervento militare più ampio dai bombardamenti di Balakot del 2019 e dalle incursioni del 2016 lungo la Linea di Controllo (LoC) in Kashmir. Secondo fonti ufficiali, Nuova Delhi ha colpito nove installazioni legate a LeT e Jaish-e-Mohammed in territorio pakistano, colpendo 80 militanti. L’operazione, durata 25 minuti, ha causato almeno 43 vittime complessive. Particolarmente colpita la zona di Poonch, lungo la LoC, bersaglio di una pioggia di artiglieria che ha danneggiato anche strutture religiose e civili.Il governo indiano ha ricevuto pieno sostegno dalle forze politiche nazionali. Il premier Narendra Modi ha definito l’operazione « misurata e mirata volta a smantellare le infrastrutture» terroristiche. Tuttavia, la tensione resta elevatissima: sono in corso esercitazioni di evacuazione nelle città di frontiera, i voli civili sono stati sospesi in prossimità della LoC, e le forze armate restano in stato di massima allerta.
Gli attacchi a obiettivi profondi in Pakistan, come a Lahore e Bahawalpur, rappresentano un netto salto di qualità nelle operazioni, aumentando il rischio di una guerra su scala più ampia. Intanto, la battaglia dell’informazione si intensifica. La rete è inondata da notizie false, immagini alterate e propaganda, con il rischio di infiammare ulteriormente l’opinione pubblica. Entrambe le nazioni cercano di imporsi nel confronto mediatico. L’India, in particolare, pare intenzionata a consolidare il proprio vantaggio, colpendo obiettivi sensibili come le difese aeree pakistane, segnale di una possibile ulteriore escalation. Anche la situazione politica interna contribuisce a irrigidire le posizioni. Il partito al governo indiano, il BJP, ha enfatizzato la risposta militare come gesto personale del premier, rafforzando la narrativa di Modi come leader forte, specie in un contesto post-elettorale incerto. L’attacco a Pahalgam offre l’occasione per rilanciare una linea dura sul Kashmir, tema irrisolto e fonte di instabilità cronica.
Parallelamente, l’India ha adottato misure punitive come la sospensione del Trattato sulle acque dell’Indo (IWT), in vigore da oltre mezzo secolo e garantito dalla Banca Mondiale. Questa decisione – considerata da Islamabad una provocazione estrema – ha interrotto l’ultimo canale di dialogo bilaterale su questioni vitali come la gestione delle risorse idriche. Il LeT, dal canto suo, ha subito integrato la narrativa del “controllo idrico” indiano nella propria propaganda, presentandolo come un’ulteriore forma di oppressione verso musulmani e pakistani.
Il precedente consigliere per gli affari esteri del Pakistan, Sartaj Aziz, aveva già definito in passato la revisione del trattato come un «atto di guerra». Ora Islamabad ha ribadito quella linea rossa. Dopo l’Operazione Sindoor, il Pakistan ha promesso vendetta: la notte del 7 maggio ha lanciato droni e missili contro obiettivi militari in India settentrionale e occidentale, tra cui Srinagar e Amritsar. I missili sono stati in gran parte intercettati, ma il messaggio è stato chiaro. Il Pakistan, come l’India, è sotto forte pressione interna per mostrare fermezza. Il potere politico resta intrecciato a doppio filo con i vertici militari. Il Capo di Stato Maggiore, generale Asim Munir, ha ricevuto il via libera dal premier Shehbaz Sharif per reagire duramente. Per l’esercito pakistano, l’immagine di forza nei confronti dell’India è parte integrante della sua legittimazione interna. In un contesto segnato dalla detenzione del popolarissimo ex premier Imran Khan e dal crescente malcontento sociale, ogni gesto di moderazione rischia di essere percepito come debolezza.
Sul fronte economico, tuttavia, Islamabad è in enorme difficoltà. Le riserve valutarie calano, le condizioni del FMI si irrigidiscono, e la crisi del debito limita il margine di manovra in caso di conflitto prolungato. A livello militare, il divario con l’India resta significativo. Munir deve quindi bilanciare il desiderio di rispondere con determinazione e la consapevolezza che una guerra aperta sarebbe insostenibile. Il premier Sharif ha ribadito pubblicamente « l’impegno a difendere il territorio pakistano a ogni costo», anche per rafforzare la propria posizione in un quadro politico fragile e segnato da tensioni tra civili e militari. Nel 2019, fu la mediazione statunitense a evitare uno scontro diretto. Oggi, tuttavia, gli USA – concentrati su altre priorità strategiche e ormai fuori dall’Afghanistan – appaiono meno intenzionatia intervenire. Con le leadership di entrambi i Paesi intrappolate nei rispettivi calcoli politici e l’assenza di un arbitro internazionale credibile, il rischio che uno scontro accidentale degeneri in una guerra su vasta scala non è mai stato così concreto. Ed è una bruttissima notizia.
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






