La sofferenza degli ostaggi liberati

Eventi come la segregazione, l’abuso e la tortura sono esperienze dolorose e insostenibili per chiunque le subisca. Per chi sperimenta questa condizione i relativi vissuti non sono elaborabili e integrabili nel proprio Io. Nel caso di rapimento prolungato si è di fronte a quello che viene definito “trauma interpersonale di tipo II”, ovvero alle conseguenze di un abuso prolungato e ripetuto causato dall’uomo su un’altra persona. Gli individui traumatizzati hanno delle soglie molto basse per agenti stressanti minori, diventando così iperattivati o ipoattivati. Nel caso dell’iperattivazione l’accesso ai ricordi traumatici farebbe sì che, costantemente, vi siano involontarie intrusioni del trauma sotto forma di flashback, incubi, aumento della frequenza cardiaca, aumento delle sensazioni corporee, della tensione muscolare, dei movimenti involontari, descrizioni soggettive di timore, di paura, fino al panico. Nel caso invece di ipoattivazione avremo invece una compromissione della memoria, delle funzioni motorie ed affettive. Nelle forme cronicizzate si verificano sintomi dissociativi come debolezza, torpore, deficit attentivi, amnesia, fino ad arrivare a uno stato confusionale.

La vittima di segregazione può sperimentare reminiscenze ri-traumatizzanti, cadendo difensivamente in una condizione confusa, di spossatezza, di surrealità. Nelle relazioni sociali l’attenzione percettiva, intuitiva, emotiva, tenderebbero all’ipervigilanza, come se la vittima si predisponesse a tentare l’evitamento, la fuga, il mimetismo, nel tentativo di scomparire, di dissolversi o attivare, di contro, comportamenti che vadano a cercare affiliazione utilizzando generosità assoluta, compiacenza e seduttività. I fatti realmente vissuti vengono trasformati dalla dinamica della paura e della sottomissione con l’effetto di accumulare confuse memorie, sensi di colpa, vergogna, segretezza, acquisendo, nella sua condizione di solitudine traumatica e di abbandono emozionale, un profondo disconoscimento del proprio vissuto.

Il sequestro di persona spoglierebbe l’individuo di qualsiasi gesto legato alle proprie abitudini e quotidianità. Ogni vittima di sequestro di persona ha vissuto e vive il suo sequestro in modo personale e soggettivo. Non è possibile, infatti, tracciare degli schemi universali sui vissuti emotivi legati al periodo della prigionia.  Le vittime passano attraverso una fase iniziale di diniego, caratterizzata da choc e incredulità, una fase successiva di realtà e poi una fase di depressione traumatica, caratterizzata da apatia, collera, rassegnazione, irritabilità, insonnia, e reazioni di allarme. La liberazione dalla condizione di ostaggio non chiude però il capitolo. Gli ex-sequestrati soffrono di Disturbo Post-Traumatico da Stress, di Disturbo Depressivo Maggiore o di quello che viene definito come “Trauma- and stressor-related disorders”. Tra gli elementi comuni ritroviamo la disforia, la dissociazione, la tendenza all’uso di sostanze e l’insonnia.

La disforia è uno stato emotivo complesso e disorganizzato, correlato da sentimenti di spiacevole tensione caratterizzati da umore irritabile e scontroso che, nei casi più estremi, può portare ad agiti aggressivi. La derealizzazione è la sensazione di dissociazione dall’ambiente, mentre con depersonalizzazione si è soliti identificare un cambiamento peculiare nella consapevolezza di sé nel corso del quale la persona ha la sensazione di essere irreale. La sensazione di distacco da sé e dall’ambiente comporta il crearsi di una sorta di barriera nella normale comunicazione. L’amnesia dissociativa è connotata da un’incapacità nel ricordare importanti informazioni autobiografiche, di solito di natura traumatica o fortemente stressante, non riconducibile a una normale dimenticanza. Quando una situazione è troppo stressante e inaccettabile il ricordo dell’evento non viene immagazzinato come succede per i ricordi comuni, ma viene “segregato” in un luogo della mente inaccessibile. Può inoltre manifestarsi anedonia, ossia l’incapacità di provare piacere confinata a un solo ambito o a un numero limitato di ambiti, come quello del cibo o del sesso, delle interazioni sociali o delle relazioni.

Le vittime di sequestro di persona vivono, in molti casi, circondati da oggetti, odori, rumori che riporterebbero la memoria al sequestro. Sono molteplici le difficoltà e la fatica di riadattarsi ad una vita normale  dopo la segregazione. Entrare in possesso della passata quotidianità, dei propri spazi, delle proprie cose e, soprattutto, riconquistare la possibilità di vivere nelle ore e nei tempi antecedenti la prigionia, può rappresentare un ulteriore elemento di stress. Spesso, infatti, non sarebbe facile abbandonare la dimensione della reclusione, una dimensione scandita da un tempo che sembra infinito, senza cognizione del giorno e della notte, senza potersi muovere se non in piccoli spazi e senza poterli vivere. La persona sequestrata si è adattata a vivere in un tempo e in uno spazio quasi irreali, fatti di suoni e immagini molto particolari. Molte vittime, durante la prigionia, avrebbero sviluppato la capacità di sentire e di riconoscere rumori quasi impercettibili, altri avrebbero imparato ad amplificare le proprie capacità cognitive di memoria riuscendo ad immagazzinare una straordinaria mole di informazioni in una sorta di “diario mentale”. Inoltre, la difficoltà del reinserimento nella propria vita sarebbe accentuata dalle continue interferenze ed intromissioni da parte dei mass-media e dagli interminabili e spesso estenuanti interrogatori degli inquirenti. Alcuni soggetti sostengono di “rimpiangere” ogni tanto la “tranquillità” e il silenzio dei momenti trascorsi in prigionia.

Cristina Brasi
psicologa, criminologa, analista comportamentale

 


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