SETTEMBRE 2026
Eccoli, i pacifisti con il nemico incorporato. Quelli che non sono necessariamente contrari a tutte le guerre: sono soprattutto contrari alle guerre quando a combatterle, o anche soltanto a prepararsi a combatterle, sono l’Occidente e le sue democrazie. Oggi annunciano fieramente che «diserteranno le nostre guerre». Parole solenni, aria ribelle, convinzione di avere appena inventato l’antimilitarismo. Peccato che questa indignazione a geometria variabile abbia alle spalle decenni di storia. Perché la guerra, a quanto pare, non fa sempre lo stesso rumore. Se Washington interviene in America Latina, si chiama imperialismo e le piazze si riempiono. Se i carri armati sovietici entrano a Budapest nel 1956 o soffocano la Primavera di Praga nel 1968, improvvisamente iniziano le sfumature: bisogna capire, contestualizzare, distinguere. In Vietnam combattono gli americani? Il pacifismo diventa una religione civile. Università occupate, cortei, musica, slogan, generazioni intere mobilitate contro Washington.
Poi arriva il 1979. Ed è un anno che manda in cortocircuito parecchie narrazioni. A Teheran sbarca Ruhollah Khomeini. Lo Scià viene travolto e settori della sinistra iraniana e internazionale guardano alla rivoluzione innanzitutto come alla sconfitta di un alleato degli Stati Uniti. L’antiamericanismo finisce per rendere più seducente persino un ayatollah. Il conto arriva rapidamente. La Repubblica islamica consolida il potere del clero e comincia a liberarsi anche di molti di coloro che avevano contribuito alla rivoluzione. Comunisti, marxisti, liberali, laici e oppositori scoprono sulla propria pelle che essere nemici dell’America non significa automaticamente essere amici della libertà. Quasi mezzo secolo dopo, la teocrazia iraniana continua a reprimere oppositori e dissidenti e a comprimere duramente le libertà individuali. Eppure, in una parte della sinistra occidentale, l’indignazione contro Teheran continua ad avere una capacità di mobilitazione ben diversa da quella riservata agli Stati Uniti o a Israele. Sempre nel 1979 l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan. Non sarà una semplice guerra periferica dell’impero sovietico. Quel conflitto contribuirà a devastare il Paese, provocherà enormi flussi di profughi, allargherà la crisi al Pakistan e favorirà la mobilitazione internazionale di combattenti islamisti. Dentro quella fornace prenderanno forma reti jihadiste che negli anni successivi porteranno le proprie conseguenze ben oltre Kabul. Non fu l’unica causa della destabilizzazione dell’area, ma rappresentò uno dei passaggi fondamentali della trasformazione geopolitica dell’Asia centrale e meridionale.
Eppure basta confrontare due immagini della memoria occidentale. Vietnam: simbolo universale della guerra ingiusta. Afghanistan sovietico: quasi una nota a piè di pagina nell’album del pacifismo. Pechino impone il proprio dominio sul Tibet? L’indignazione non raggiunge quella delle grandi campagne contro Washington. Mosca punta sull’Europa missili capaci di colpirne le città? Nessuna esplosione permanente di pacifismo. L’Europa prova invece a costruire una difesa credibile? Allarme generale: militarismo, riarmo, escalation. Lo stesso riflesso ritorna in Medio Oriente. Gli eserciti arabi combattono Israele? Una parte della sinistra legge lo scontro attraverso l’anticolonialismo. Israele combatte e vince? Diventa imperialismo. Il 7 ottobre Hamas attraversa il confine, massacra civili e prende ostaggi. Qualcuno riesce comunque a pronunciare immediatamente la parola «resistenza». Altri condannano, ma soltanto dopo avere aggiunto una quantità industriale di «però». Israele porta la guerra dentro Gaza? Questa volta non servono sfumature. Università occupate, cortei, slogan, accuse assolute e, accanto alla legittima protesta contro le politiche israeliane, anche manifestazioni di antisemitismo. Infine Vladimir Putin invade l’Ucraina. Anche qui il riflesso è sorprendente: prima ancora di parlare dell’esercito russo entrato in uno Stato sovrano, qualcuno sente il bisogno di processare la Nato. Mosca sarebbe stata provocata, accerchiata, costretta a reagire. Poi gli europei guardano ciò che è accaduto in Ucraina e concludono che forse sarebbe opportuno possedere eserciti capaci di difendere i propri confini. Ed ecco che il pacifismo ritrova tutta la sua energia. No alle armi. No al riarmo. No agli eserciti. No alla difesa europea. Fino al proclama definitivo: «Diserteremo le vostre guerre». Tranquilli. Prima bisognerebbe stabilire quali guerre considerate davvero «vostre». Perché se la pace è un principio, dovrebbe valere quando a sparare sono americani, russi, israeliani, iraniani, cinesi o palestinesi. Se invece l’indignazione cambia insieme alla bandiera appesa al carro armato, forse il problema non è la guerra. È chi sta dalla parte sbagliata della vostra barricata. E chiamarlo pacifismo non lo rende più pacifico.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






