FEBBRAIO 2026
Torna in mare la Global Sumud Flottilla, e questa volta non si accontenta dell’acqua salata. Perché limitarsi al Mediterraneo quando si può fare anche un convoglio terrestre? L’umanitario 2.0 è multitasking: mare, terra, retorica e geopolitica, tutto insieme. La rotta è sempre la stessa – Gaza – ma l’ambizione cresce. Migliaia di partecipanti, oltre cento Paesi coinvolti, partenze da Barcellona, porti italiani e tunisini, più un’avanzata via Africa settentrionale. Un’operazione logistica che nemmeno l’Onu, ma con molte più certezze morali.Gli organizzatori parlano di «atto senza precedenti di resistenza civile globale». Senza precedenti, naturalmente: come ogni edizione, ogni appello definitivo, ogni indignazione finale che puntualmente si ripresenta. Il bersaglio è il «fallimento catastrofico dei governi e delle istituzioni internazionali», colpevoli di tutto, in blocco, senza appello. Una diagnosi così totale da rendere inevitabile l’unica terapia possibile: una flottiglia. Il nemico, chiarisce Saif Abukeshek, non è una persona ma «uno stile di vita». Concetto comodo: non si può negoziare con uno stile di vita, ma lo si può denunciare all’infinito. A bordo, assicurano, ci saranno infermieri, educatori, ingegneri e squadre di ricostruzione, affiancati da investigatori di crimini di guerra, di ecocidi e osservatori legali. Una missione umanitaria-giuridica a ciclo completo: si cura, si ricostruisce e si istruisce l’atto d’accusa globale, possibilmente in diretta. La missione, tengono a precisare, non sarà simbolica né esclusivamente umanitaria. È un «intervento materiale basato sul diritto internazionale», sulla responsabilità collettiva e sul rifiuto di normalizzare la sofferenza. Traduzione: non solo aiuti, ma una lezione morale itinerante, con l’idea che il diritto internazionale funzioni meglio se imbarcato su navi civili.
A rafforzare il messaggio, salirà a bordo anche il nipote di Nelson Mandela, convinto di poter isolare Israele e portarlo in ginocchio come il Sudafrica dell’apartheid. Un parallelismo d’uso corrente, che consente di risparmiare tempo sulle sfumature storiche. Confermata anche la presenza di Greta Thunberg e di Thiago Ávila, volto noto del circuito militante internazionale. La causa è grande, e le alleanze, come sempre, elastiche. Nel frattempo, sul mercato parallelo dell’attivismo mediatico il nuovo acquisto è Patrick Zaki. Dopo un periodo di appannamento, seguito al picco di esposizione globale ottenuto con la sua liberazione torna sulle scene. Curioso dettaglio: la sua liberazione fu possibile grazie a un lavoro diplomatico silenzioso e concreto del governo di Giorgia Meloni. Un lavoro che, dettaglio non trascurabile, non è mai stato accompagnato da un grazie pubblico. Ma si sa: la gratitudine non fa engagement.
Dietro la narrazione epica della Flottiglia, però, riemerge un elemento tutt’altro che inedito. Prove documentali e precedenti inchieste indicano che l’intera operazionesi muove dentro un perimetro politico e relazionale che incrocia strutture e ambienti riconducibili a Hamas: contatti, figure chiave, reti di sostegno che raccontano una realtà meno umanitaria e molto più ideologica. Un dettaglio che tende a sparire nei comunicati ufficiali, ma che ritorna puntualmente quando si passa dalla propaganda agli atti. Alla fine, quando le navi avranno invertito la rotta e i convogli si saranno sciolti nel traffico del ritorno, resterà la parte più solida dell’operazione: il racconto. Le conferenze stampa sostituiranno i risultati, le denunce prenderanno il posto degli aiuti, e l’indignazione tornerà a essere spendibile per il prossimo ciclo mediatico. Gaza resterà dov’è, il conflitto anche, Hamas pure. Ma le carriere militanti avranno fatto un altro giro completo. Le quotazioni di Patrick Zaki, nel frattempo, avranno beneficiato dell’onda lunga: abbastanza da riportarlo sotto i riflettori dopo mesi di silenzio strategico, non abbastanza da ricordare chi ne rese possibile la liberazione quando non c’erano telecamere né hashtag pronti. Un dettaglio minore, certo. La riconoscenza non è mai stata una priorità dell’attivismo performativo, soprattutto quando rischia di incrinare la narrazione. Così la Global Sumud Flottilla avrà raggiunto il suo obiettivo principale: non rompere un blocco, non cambiare un equilibrio, non salvare una popolazione, ma certificare ancora una volta l’esistenza di un’industria dell’indignazione perfettamente funzionante. Una macchina che non produce soluzioni, ma contenuti; non risultati, ma identità; non pace, ma visibilità. Il mare, almeno, tornerà calmo. Per il resto, appuntamento alla prossima missione «senza precedenti».
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






