Il potere invisibile che si manifesta attraverso il corpo, la postura e l’occupazione dello spazio è un campo molto affascinante della psicologia comportamentale, e queste due immagini che ci offrono uno scorcio nell’Ufficio Ovale tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ne sono un esempio calzante. È una stretta di mano, è di una conversazione anche amichevole, ma è soprattutto una complessa danza di segnali non verbali che delineano gerarchie, intenzioni e dinamiche di relazione. Al centro di questa scena, troviamo Donald Trump, saldamente seduto dietro la maestosa Resolute Desk, simbolo del potere presidenziale americano. La sua posizione seduta, in questo determinato contesto, non è casuale. Sedere alla propria scrivania, nel proprio “territorio” trasmette senso di controllo e autorità. La scrivania stessa funge da baluardo, una barriera fisica e simbolica che separa il “proprietario” dello spazio dall’ospite, rafforzando la sua posizione di dominanza.
La postura di Trump appare rilassata ma composta, un equilibrio perfetto in assenza di manacce. Nel primo scatto, la stretta di mano attraverso la scrivania, è si, un gesto di apertura e accoglienza, ma mantiene comunque un elemento di separazione, un ricordo implicito di chi controlla lo spazio. Nel secondo scatto, il gesto enfatico della mano di Trump, con il dito indice puntato, è un chiaro segnale: Trump da gli ordini, dá direttive. Questo gesto, combinato con la sua posizione seduta, rafforza ulteriormente la percezione di lui come colui che detiene il timone della conversazione, colui che sta “spiegando” o “dettando” una linea.
Di fronte a lui, al suo fianco, Benjamin Netanyahu. La sua posizione in piedi è un elemento fondamentale per questa analisi. In un contesto formale come un incontro tra capi di stato, stare in piedi di fronte a un omologo seduto può essere interpretato come un gesto di rispetto protocollare, un riconoscimento implicito della propria posizione. Ma la postura di Netanyahu non traspira sottomissione: è ben eretto, la schiena dritta, con uno sguardo attento e focalizzato su Trump. Le sue mani, spesso giunte o in una posizione neutrale, lo fanno sembrare in ascolto attivo, ma mai a disagio. La sua prossimità alla scrivania, senza invaderla, sottolinea il rispetto per lo spazio personale e il riconoscimento della “territorialità” dell’altro leader.
Netanyahu sceglie una posizione che si adatta al ruolo dell’ospite, pur mantenendo la propria dignità e presenza. L’analisi di queste dinamiche ci porta a riflettere sulle sottili tecniche di dominanza e potere che si manifestano nel linguaggio del corpo. Il controllo dello spazio, come dimostrato dalla posizione di Trump alla scrivania, è una forma primordiale di dominio. Chi occupa il “centro” del proprio ambiente trasmette un messaggio di controllo e appartenenza. Il gesto della mano di Trump, poi, aggiunge un tentativo di guidare o enfatizzare il punto della conversazione. Nonostante questa asimmetria posizionale, è importante notare l’assenza di segnali aggressivi o di invadenza. Non vediamo braccia incrociate né sguardi di sfida o posture eccessivamente espansive volte a “soffocare” l’altro. Entrambi i leader mantengono contegno e rispetto reciproco. La stretta di mano iniziale, in particolare, è un rituale di parità e benvenuto, che attenua la rigidità della gerarchia nella disposizione seduto/in piedi. Questo tipo di interazione ci riporta alle intuizioni di studiosi come Albert Mehrabian, la cui ricerca ha portato alla luce come solo una piccola percentuale della comunicazione sia veicolata dalle parole, mentre la maggior parte proviene dal tono di voce e, in misura ancora maggiore, dal linguaggio del corpo. La “comunicazione non verbale è un potente messaggero,” come spesso si sottolinea nelle sue opere, e qui ne abbiamo una chiara dimostrazione. Questi segnali non sono casuali; sono piuttosto espressioni di ciò che il professor Peter Hall ha definito “prossemica”, lo studio dell’uso dello spazio come mezzo di comunicazione. La distanza interpersonale, l’orientamento e la postura non sono solo abitudini, ma veri e propri codici che definiscono e ridefiniscono le relazioni di potere in ogni contesto sociale e politico.
Elisa Garfagna
giornalista






