SETTEMBRE 2025
Non bastavano i Mondiali di calcio, i contratti miliardari di sponsorizzazione con i club europei e le conferenze patinate dedicate alla «tolleranza». Oggi il Qatar ha deciso di rafforzare anche la propria immagine come potenza mediatica internazionale, firmando un accordo con la tedesca DPA – agenzia che sulla carta dovrebbe rappresentare il modello di giornalismo equilibrato, sobrio e verificato. Il progetto, ambizioso e di lungo respiro, prevede la nascita a Doha di un polo editoriale regionale targato Media City Qatar e DPA, inizialmente della durata di cinque anni, con l’obiettivo di fornire «informazione imparziale» in quattro lingue: arabo, tedesco, inglese e spagnolo. A leggere i comunicati ufficiali sembrerebbe quasi l’inizio di una nuova era per la stampa globale. Ma chi conosce il ruolo storico del Qatar come megafono della Fratellanza musulmana non può che reagire con scetticismo.
Basta ricordare l’esperienza di Al Jazeera, canale di punta dell’emirato e da oltre vent’anni principale strumento di diffusione delle istanze islamiste. Dal Cairo a Gaza, fino a Damasco e Tripoli, la linea editoriale è sempre stata la stessa: concedere spazio e legittimità ai movimenti della Fratellanza, minimizzandone le derive violente. Un episodio emblematico si è visto il 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas hanno attaccato e ucciso civili israeliani. Le telecamere di Al Jazeera erano già sul posto, rilanciando immagini e slogan con toni che ricordavano una cronaca sportiva più che un reportage giornalistico. Non sorprende che alcuni reporter, poi identificati come «giornalisti», risultassero in realtà militanti o simpatizzanti del movimento. Nel tempo, l’emittente qatariota ha offerto palcoscenici privilegiati ai leader di Hamas, trattati come ospiti di lusso in talk show, senza mai affrontare temi come corruzione interna, repressione della popolazione o l’uso dei civili come scudi umani. La narrazione dominante è sempre stata quella della «resistenza eroica» contro il «nemico sionista».
In questo contesto si inserisce l’accordo con DPA. Il CEO di Media City, Jassim Mohamed Al Khori, ha parlato di «storie diverse per un pubblico globale». Una frase che, letta in controluce, suona come un avvertimento: prepararsi a una raffinata versione occidentale della propaganda di Hamas. La «narrazione regionale» che Doha promuove da anni è chiara: gli islamisti sono i difensori degli oppressi, le monarchie alleate del Qatar vengono dipinte come mecenati illuminati, Israele è sempre l’aggressore e chi solleva critiche è bollato come islamofobo. Questa dinamica si inserisce in un quadro ancora più ampio: la crisi profonda dell’editoria tradizionale. Quotidiani e agenzie internazionali affrontano cali drammatici di vendite, pubblicità e risorse. Le redazioni chiudono, i giornalisti vengono tagliati e la sostenibilità del modello economico è in discussione. In questo vuoto di finanziamenti, Paesi come il Qatar trovano terreno fertile: offrono miliardi, infrastrutture moderne e promesse di stabilità. In cambio ottengono ciò che più conta, ovvero la legittimazione. Un meccanismo che non si discosta molto da quello che vediamo in Russia, dove il Cremlino finanzia a piene mani network come RT e Sputnik per diffondere una narrativa globale allineata; in Turchia, dove la stampa filogovernativa riceve sostegno economico e privilegi in cambio di fedeltà; o in Corea del Nord, dove la sopravvivenza stessa dei giornalisti dipende dall’adorazione pubblica della dinastia Kim.
Il CEO dell’agenzia tedesca, Peter Kropsch, ha espresso entusiasmo per il rafforzamento della «copertura indipendente» nella regione. Dichiarazione che però stride con la realtà: aprire un hub editoriale a Doha significa inevitabilmente piegarsi al contesto politico e culturale locale, dove la libertà di stampa è più un concetto teorico che una pratica quotidiana.
Il rischio concreto è che la DPA diventi una sorta di foglia di fico occidentale, utile a conferire autorevolezza alla propaganda già ben oliata di Al Jazeera. Una dinamica che, come in Russia o Turchia, dimostra come regimi o monarchie autoritarie usino la leva dell’informazione per costruirsi un’immagine rispettabile. E come in Corea del Nord, dove il giornalismo coincide con l’agiografia del leader, anche a Doha il racconto mediatico finisce per legittimare scelte politiche che sul campo producono conflitti e instabilità. È una strategia nota: acquistare credibilità internazionale attraverso partnership con istituzioni prestigiose, senza modificare la sostanza della propria politica di sostegno ai movimenti islamisti. Lo stesso metodo è stato applicato al calcio, alla diplomazia energetica e persino al mondo accademico, attirato a Doha da finanziamenti milionari.
Dietro la facciata di modernità e apertura rimane un sostegno costante a gruppi che destabilizzano intere aree geopolitiche. Ospitare i leader di Hamas in residenze di lusso mentre si sbandiera l’impegno per il «dialogo internazionale» ne è la prova più evidente. Ora, con la collaborazione con DPA, l’emirato potrà rilanciare le proprie narrazioni sotto l’etichetta rassicurante di «giornalismo imparziale». Il tutto rientra ufficialmente nella «Qatar National Vision 2030», il grande progetto per trasformare l’emirato in un hub globale dell’innovazione. Ma guardando alla storia recente, più che di una visione del futuro sembra trattarsi dell’ennesima replica di un copione già noto: presentare la propaganda della Fratellanza in una confezione elegante, certificata da un marchio giornalistico occidentale.
Così, nei prossimi anni, potremmo leggere reportage sulla «resilienza comunitaria» di Gaza, sulla «leadership visionaria» della Fratellanza o sull’«eroismo» dei miliziani di Hamas, con tanto di bollino di imparzialità garantito da DPA. Un meccanismo che ricorda da vicino la retorica del Cremlino, i discorsi dei media filo-Erdoğan e le cronache trionfalistiche del Rodong Sinmun. A Doha lo chiamano innovazione. Altrove, più realisticamente, si chiama disinformazione di lusso.
Stefano Piazza
vicedirettore IUS101.it






