Pensate ad una vita destinata al trono, un destino già scritto, sfuggito via tra le maree della rivoluzione. Questa è la storia affascinante di Reza Pahlavi, nato il 31 ottobre 1960 nel palazzo imperiale di Teheran, figlio dell’ultimo Scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. La sua esistenza si è trasformata in una storia di esilio e di attivismo, un simbolo vivente nella tormentata storia dell’Iran. La sua giovinezza fu una precisa preparazione per un ruolo che non avrebbe mai ricoperto. Nominato Principe Ereditario nel 1967, il giovane Reza fu costretto ad un’educazione rigorosa, portata avanti in una scuola privata all’interno del palazzo, un ambiente protetto per il futuro monarca.
Fin da bambino partecipava a incontri con ministri e generali per assimilare i complessi equilibri del governo. Suo padre, lo Scià, desiderava per lui una formazione nella lingua francese e inglese e i modi di vita europei uniti a un robusto spirito militare. A soli 17 anni, nel 1978, partì per gli Stati Uniti per l’addestramento di pilota militare, un viaggio che segnò l’inizio di un esilio senza ritorno. Le scosse della Rivoluzione Islamica del 1979 mandarono a monte tutto il suo futuro. Il malcontento popolare, alimentato dalla percezione di un regime corrotto, repressivo e troppo allineato con potenze straniere, culminò nel rovesciamento della monarchia. Lo Scià fuggì, e la famiglia reale fu costretta all’esilio. Il 27 luglio 1980, la notizia della morte del padre al Cairo arrivò a Reza. A soli vent’anni, in un atto di commovente, si autodichiarò formalmente il nuovo Scià dell’Iran in esilio. Un titolo senza trono, ma carico di significato per tanti iraniani.
Dall’esilio, Reza Pahlavi divenne instancabile sostenitore della libertà per la sua patria. Per oltre quattro decenni, ha dedicato la sua vita alla causa della liberazione dell’Iran portando avanti la visione di democrazia, la separazione tra religione e stato, elezioni libere ed eque e il rispetto dei diritti umani. Ha costantemente invocato un cambiamento di regime attraverso la disobbedienza civile non violenta e un referendum popolare per decidere la futura forma di governo del paese.
La sua dichiarazione di non volersi candidare a cariche politiche se il regime dovesse cadere, ha lasciato molti a bocca aperta, proponendo implicitamente la scelta tra monarchia costituzionale o repubblica unicamente al popolo iraniano. Un’affermazione che segna un radicale distacco dalla tradizione della Monarchia. Il suo percorso intellettuale è praticamente scritto in tre libri: Gozashteh va Ayandeh (2000), Winds of Change: The Future of Democracy in Iran (2002) e IRAN: L’Heure du Choix (2009). In quest’ultimo libro Pahlavi affronta senza fronzoli, questioni delicate come il regno di suo padre e le violazioni dei diritti umani, cercando la riconciliazione nazionale e ribadendo il suo impegno per i valori democratici.
Tra le generazioni più anziane, Pahlavi rimane un simbolo forte, una figura che evoca la nostalgia di un’era passata. Ma la narrazione cambia drasticamente quando si guarda all’interno dell’Iran. Qui, la sua influenza è praticamente inesistente al di là di piccole enclave monarchiche. Le giovani generazioni e le minoranze etniche lo osservano con sospetto, associando la monarchia a un “uber-nazionalismo persiano” e a una “repressione culturale”.
Slogan come “Abbasso il dittatore, sia lo Scià che lo Sceicco” ascoltati durante le proteste del 2022, ci parlano di un netto rifiuto sia del regime attuale che di un ritorno alla monarchia. Le sue relazioni con figure dell’amministrazione repubblicana statunitense e i suoi legami molto stretti con le attuali autorità israeliane sono visti da alcuni come un tradimento dell’autodeterminazione nazionale dell’Iran, ricordando per ironia della sorte, le stesse lamentele sulla dipendenza da potenze straniere che furono il motore della caduta di suo padre. I tentativi di formare coalizioni, come l’Alleanza per la Democrazia e la Libertà in Iran (ADFI) , sono spesso naufragati a causa di enormi divisioni interne. I fantasmi del passato, in particolare la repressione della SAVAK, la famigerata polizia segreta dello Scià, continuano a perseguitarlo.
La vita personale di Pahlavi ci permette di conoscere la sua visione moderna di famiglia. Sposato con Yasmine Etemad-Amini dal 1986 ha tre figlie: Noor, Iman e Farah. In un gesto importante ha dichiarato che le sue figlie sono, successivamente, le sue eredi, compiendo una deviazione dalla tradizionale primogenitura maschile. La sua residenza a Potomac, nel Maryland sobborgo di Washington D.C., funge sia da base strategica per il suo attivismo politico che da legame con il tanto amato occidente. Questa distanza fisica dall’Iran, e lo stile di vita agiato, può involontariamente rafforzare la percezione, tra alcuni iraniani, di un distacco dalla vita del paese, complicando gli sforzi per ottenere una legittimità interna.
La vita di Reza Pahlavi è simile alla storia che si può leggere in un libro di condottieri, con un avvincente destino, l’esilio e un attivismo da kalos kai agatzos (bello e buono, come scrivevano i greci per descrivere gli eroi morti in battaglia). Il suo ruolo futuro dipenderà dalla capacità di colmare il divario tra il sostegno della diaspora e le aspirazioni del popolo iraniano all’interno del paese, cercando un equilibrio geopolitico senza apparire asservito a interessi stranieri. La sua storia è quella di un principe senza corona, la cui battaglia per la libertà del suo popolo continua, un capitolo ancora incompiuto nella storia dell’Iran.
Elisa Garfagna
giornalista






