GENNAIO 2026
Nel 2026 l’economia russa non è ancora collassata, ma si trova in una fase di evidente sofferenza. Il motore della crescita legata allo sforzo bellico sta rallentando, il regime sanzionatorio si fa più stringente, le riserve finanziarie si assottigliano e l’incertezza penetra sempre più nella vita quotidiana. Quella che per lungo tempo è stata presentata come una prova di solidità sta mostrando crepe profonde, mentre il prezzo economico della guerra si estende ben oltre il fronte militare. Per anni il Cremlino ha sostenuto che le sanzioni occidentali fossero inefficaci e che l’economia nazionale fosse in grado di reggere l’urto del conflitto in Ucraina. In superficie, la normalità sembra reggere: i negozi restano aperti, i salari vengono erogati – seppur talvolta in ritardo – e la spesa pubblica prosegue. Questa continuità è stata spesso indicata come la prova definitiva che Mosca avrebbe superato lo shock economico. Ma l’apparenza è ingannevole. Al di sotto di questa patina di stabilità, il sistema economico russo si avvia verso difficoltà sempre più marcate nel corso del 2026. Il modello che tiene in piedi l’attuale equilibrio si fonda infatti su interventi eccezionali e soluzioni tampone che non possono essere replicate indefinitamente.
La narrazione della “resilienza” non è frutto del caso. È stata alimentata da una sistematica attività di disinformazione e manipolazione informativa, rivolta sia all’opinione pubblica interna sia ai Paesi europei. Un messaggio ricorrente sostiene che le sanzioni colpirebbero più l’Europa che la Russia: secondo questa versione, l’Unione Europea sarebbe destinata a soffrire il freddo invernale, l’impennata dei prezzi energetici e una progressiva disgregazione politica sotto il peso delle difficoltà economiche. Parallelamente, i media controllati dallo Stato e i canali filo-Cremlino hanno descritto l’economia russa come stabile e adattabile, utilizzando la continuità della vita quotidiana come presunta dimostrazione del fallimento occidentale. Questo racconto è stato rafforzato da una drastica riduzione della trasparenza: dall’inizio dell’invasione su larga scala, Mosca ha limitato o sospeso la pubblicazione di numerosi indicatori economici e demografici, inclusi dati dettagliati sul commercio estero, sulle riserve e sull’andamento della popolazione. Rendere invisibili i numeri rende più semplice affermare che la situazione sia sotto controllo. Gran parte dell’attività economica recente è stata sostenuta dall’espansione della spesa militare. Il governo ha riversato risorse ingenti nella produzione di armamenti, nel rafforzamento dell’apparato militare e nei servizi di sicurezza. Questo ha generato una parvenza di crescita, ma non equivale a un reale miglioramento del benessere collettivo. Carri armati, munizioni e missili non innalzano il tenore di vita né contribuiscono alla costruzione di un’economia civile avanzata: al contrario, assorbono lavoro e capitali trasformandoli in distruzione anziché in sviluppo. Nel 2026, l’effetto espansivo di questa economia di guerra si sta esaurendo. Gli impianti industriali operano già al limite, la carenza di manodopera è diffusa e la produttività resta debole. Dopo il surriscaldamento registrato tra il 2023 e il 2024, l’economia ha iniziato a rallentare bruscamente nel 2025. Gli strumenti utilizzati finora dal Cremlino per sostenere lo slancio risultano ormai in gran parte consumati.
Anche sul fronte delle entrate lo spazio di manovra si restringe. I proventi da petrolio e gas restano cruciali, ma sono sottoposti a crescenti pressioni. I prezzi del greggio sono scesi oltre le aspettative di Mosca, il petrolio russo viene venduto con forti sconti e i costi di trasporto sono aumentati a causa delle restrizioni internazionali. Per compensare, il governo ha trasferito il peso sui cittadini: aumenti delle imposte indirette, nuove tasse sui beni di largo consumo e un inasprimento generalizzato delle sanzioni amministrative stanno erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. Nel tentativo di contenere l’inflazione e difendere il rublo, i tassi di interesse sono stati mantenuti su livelli molto elevati. Questo frena gli investimenti delle imprese e rende il credito inaccessibile a molti consumatori. Quando le aziende rinunciano a espandersi e le famiglie riducono le spese, il rallentamento diventa inevitabile. Persino analisti vicini alle istituzioni russe avvertono che queste condizioni potrebbero trascinare il Paese in recessione nel corso del 2026.
Nel frattempo, il regime sanzionatorio continua a rafforzarsi in modo sempre più tangibile. Le misure più recenti hanno colpito due colossi del settore energetico, riducendone i margini, aumentando i rischi operativi e costringendo la Russia a ricorrere a intermediari costosi. Parallelamente, l’Unione Europea prosegue l’azione contro la cosiddetta “flotta ombra”, composta da vecchie petroliere utilizzate per aggirare le restrizioni. Ogni nuovo pacchetto rende le esportazioni più onerose, instabili e meno affidabili. Queste pressioni non restano confinate ai grafici macroeconomici. Stanno incidendo direttamente sulle aspettative delle persone. Alla fine del 2025, in un’intervista, molti cittadini russi interrogati su cosa sperassero per l’anno successivo hanno risposto con una sola parola: pace. Un segnale significativo, soprattutto in un contesto in cui le autorità avevano proclamato “vittoria” come parola simbolo dell’anno. Diversi intervistati hanno ammesso di non riuscire più a pianificare il futuro: «Se riesco a guardare avanti di dieci giorni, è già tanto», ha sintetizzato uno di loro. Quando le famiglie smettono di progettare il domani, significa che l’incertezza e la stanchezza hanno preso il sopravvento. L’aumento dei prezzi, la pressione fiscale e la sensazione di stagnazione spingono a ridurre i consumi. A loro volta, le imprese entrano in difficoltà, l’occupazione diventa più precaria e il rallentamento si autoalimenta.
È improbabile che nel 2026 la Russia affronti un collasso improvviso. Lo Stato dispone ancora di strumenti per mantenere il sistema in funzione: tagli alla spesa sociale, credito forzato attraverso le banche pubbliche, emissione monetaria e utilizzo delle riserve accumulate negli anni precedenti. Tuttavia, queste risorse non sono inesauribili. Una parte consistente delle riserve accessibili è già stata utilizzata per coprire i disavanzi e finanziare la guerra, e ciò che resta si sta rapidamente riducendo. Il rischio principale non è uno shock improvviso, ma un logoramento progressivo. Un’economia fondata su spese militari permanenti, esportazioni di petrolio scontate, aggiramento delle sanzioni e consumo continuo delle riserve non poggia su basi solide. Nel 2026, i limiti di questo modello emergono con sempre maggiore chiarezza: la crescita ristagna, la pressione sulle famiglie aumenta e il margine di intervento dello Stato si restringe. Il Cremlino può continuare a proclamare il controllo della situazione, ma il prezzo di questa strategia viene pagato dai cittadini comuni, sempre più incapaci di guardare oltre i prossimi dieci giorni.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






