GIUGNO 2026
Le dichiarazioni del segretario generale della NATO Mark Rutte hanno acceso l’ennesima polemica politica italiana. L’affermazione secondo cui «500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia» per sostenere l’operazione statunitense contro l’Iran è stata immediatamente interpretata dalle opposizioni come la prova di un coinvolgimento nascosto del nostro Paese nella guerra. Il Ministero della Difesa ha però replicato parlando di una ricostruzione «totalmente fallace», spiegando che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche previste dagli accordi internazionali, escludendo qualsiasi impiego operativo diretto. Al di là dello scontro politico, il caso appare molto meno clamoroso di quanto lasci intendere il dibattito pubblico.
Chi conosce il funzionamento delle installazioni americane in Italia sa infatti che Sigonella, Aviano, Camp Darby e le altre basi costituiscono da decenni alcuni dei principali hub logistici delle operazioni statunitensi nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa. Il loro ruolo è garantire il movimento continuo di uomini, mezzi, carburante, materiali e velivoli. In altre parole, rappresentano un’infrastruttura permanente della presenza americana nel continente europeo. È proprio questo il punto spesso trascurato nel dibattito. Rutte ha parlato di 500 decolli, non di 500 missioni di bombardamento partite dall’Italia. La differenza è sostanziale. In un’operazione militare moderna, soprattutto per una campagna aerea della portata di “Epic Fury”, migliaia di movimenti interessano gli aeroporti militari: aerei cisterna, cargo strategici, velivoli per il trasporto del personale, ricognitori, mezzi per evacuazione sanitaria, voli di manutenzione e riposizionamento degli assetti. Tutte attività indispensabili per sostenere le operazioni, ma profondamente diverse dalla partecipazione diretta ai raid.
Lo stesso Ministero della Difesa ha ricordato che ogni autorizzazione è stata concessa nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali e degli accordi bilaterali che disciplinano la presenza delle basi statunitensi sul territorio nazionale. Quando Washington ha richiesto attività non compatibili con questi limiti, Roma avrebbe negato il via libera. Una posizione ribadita anche dal ministro Guido Crosetto, che ha accusato Rutte di aver confuso il supporto logistico con quello operativo. In realtà, l’Italia ospita da decenni una delle più importanti reti di infrastrutture militari americane al di fuori degli Stati Uniti. Durante le guerre del Golfo, le operazioni nei Balcani, le campagne in Afghanistan, in Iraq, in Libia e contro lo Stato Islamico, le basi italiane hanno sempre rappresentato uno snodo fondamentale per il transito di uomini e materiali. Nessuno di questi precedenti è mai stato interpretato automaticamente come una partecipazione italiana ai combattimenti.
Anche il numero dei voli, preso isolatamente, può risultare fuorviante. Cinquecento decolli distribuiti nell’arco di un’intera campagna militare che ha coinvolto migliaia di missioni aeree europee rappresentano una normale attività logistica per installazioni che movimentano quotidianamente un elevato numero di aeromobili militari. Lo stesso Rutte ha parlato di un totale compreso tra 4.000 e 5.000 missioni partite dalle basi europee a supporto dell’operazione statunitense. Naturalmente il tema politico rimane. Le opposizioni chiedono al governo di chiarire in Parlamento quale sia stato il livello effettivo di supporto garantito agli Stati Uniti. È un confronto legittimo, soprattutto quando si parla dell’utilizzo di installazioni militari presenti sul territorio nazionale. Ma trasformare un’attività logistica prevista dagli accordi NATO e dagli accordi bilaterali in una presunta partecipazione italiana alla guerra rischia di alimentare una narrazione poco aderente alla realtà operativa. Più che la rivelazione di un coinvolgimento segreto, il caso sembra dunque rappresentare l’ennesima dimostrazione di quanto sia facile trasformare un dato tecnico in uno scontro politico. Le basi americane in Italia sono progettate proprio per sostenere le operazioni globali degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica.
Che da esse siano transitati centinaia di voli logistici durante una crisi internazionale è un fatto coerente con la loro funzione storica. Presentarlo come la prova di una guerra combattuta dall’Italia appare, almeno allo stato dei fatti, molto più simile a una tempesta in un bicchiere d’acqua che a uno scandalo istituzionale. In questo quadro, la reazione dell’opposizione appare ancora una volta più orientata alla polemica immediata che alla responsabilità di Stato. Chiedere chiarezza al governo è legittimo; trasformare ogni passaggio tecnico in un’accusa di complicità bellica significa invece alimentare confusione su un dossier delicatissimo. Su basi militari, alleanze internazionali e sicurezza nazionale servirebbero prudenza, conoscenza dei meccanismi operativi e senso delle istituzioni. Invece prevale la scorciatoia dello slogan: utile per qualche ora di visibilità politica, molto meno per aiutare il Paese a comprendere davvero cosa sia accaduto.
Stefano Piazza
vice direttore IUS101






