MARZO 2026
Nel giro di diciotto mesi la cintura di alleanze costruita dal Cremlino fuori dallo spazio post-sovietico ha iniziato a sfilacciarsi. Prima la Siria di Bashar al-Assad, poi il Venezuela di Nicolás Maduro e infine l’Iran guidato dall’ayatollah Ali Khamenei: tre cardini del fronte anti-occidentale su cui Mosca aveva investito capitale politico, militare e simbolico. Oggi quell’architettura appare incrinata, mentre la Russia di Vladimir Putin resta assorbita dalla guerra in Ucraina e con margini di manovra sempre più compressi. Per anni il Cremlino ha puntato su una rete di governi accomunati dall’ostilità verso Washington e Bruxelles. L’intervento in Siria aveva salvato Damasco e garantito a Mosca un ruolo centrale nel Mediterraneo; il sostegno a Caracas aveva offerto una proiezione nell’emisfero occidentale; la cooperazione con Teheran, infine, era diventata strategica dopo l’invasione dell’Ucraina, anche sul piano militare e tecnologico. Non si trattava soltanto di alleanze tattiche, ma di un progetto più ampio: costruire un blocco alternativo capace di sfidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.
La scomparsa della Guida Suprema iraniana rappresenta però uno spartiacque. L’Iran era uno snodo fondamentale nell’asse anti-occidentale, un partner disposto a sostenere Mosca anche nei momenti di maggiore isolamento. Con la leadership di Teheran in fase di ridefinizione e con equilibri interni ancora fluidi, il Cremlino osserva senza poter incidere realmente sugli sviluppi. L’immagine di una Russia capace di proteggere i propri alleati e di influenzare gli eventi regionali risulta inevitabilmente appannata. Il nodo è la capacità di intervento. Impegnata in un conflitto logorante in Ucraina, la Federazione Russa non dispone oggi della libertà strategica necessaria per plasmare crisi lontane dai propri confini. Le risorse militari sono concentrate sul fronte europeo, l’economia è sotto pressione e il capitale diplomatico si è ridotto. Nel caso siriano, l’uscita di scena di Assad ha ridimensionato il peso russo in Medio Oriente. In America Latina, la parabola di Maduro ha mostrato i limiti di un sostegno che non poteva trasformarsi in protezione diretta contro pressioni esterne. Con l’Iran, Mosca perde un interlocutore chiave proprio mentre la regione attraversa una fase di profonda instabilità.
A questo quadro si aggiunge un elemento determinante: la posizione della Cina di Xi Jinping. Pechino ha rafforzato negli ultimi anni i rapporti economici e politici con Mosca, ma non ha mai compiuto il passo verso un’alleanza totale. Il motivo è essenzialmente economico. La crescita cinese dipende ancora in larga misura dall’accesso ai mercati occidentali, dalle catene di approvvigionamento globali e dalla stabilità finanziaria internazionale. Uno schieramento pieno e incondizionato al fianco del Cremlino esporrebbe la Cina a ritorsioni economiche severe, sanzioni secondarie e restrizioni capaci di colpire settori strategici. Per questo Pechino mantiene una postura calibrata: cooperazione energetica, forniture segrete, intese commerciali, convergenza diplomatica su alcuni dossier, ma nessun coinvolgimento diretto che possa compromettere i propri interessi strutturali. L’asse sino-russo resta pragmatico e reversibile. Non è un’alleanza ideologica, bensì una partnership funzionale, che può essere modulata in base ai costi e ai benefici. In questa prospettiva, la Cina non legherà mai fino in fondo il proprio destino a quello di una Russia impegnata in una guerra ad alto rischio e dall’esito incerto. Sul fronte ucraino, intanto, lo stallo negoziale contribuisce a indebolire ulteriormente la posizione russa. I colloqui avviati negli ultimi mesi sono stati condotti da funzionari privi di un reale potere decisionale, incapaci di imprimere una svolta concreta al processo diplomatico. Questo immobilismo ha aperto spazi politici negli Stati Uniti, dove Donald Trump ha denunciato l’inefficacia delle trattative e la mancanza di interlocutori realmente autorizzati a decidere. Secondo questa lettura, mentre il conflitto si prolunga e le alleanze di Mosca si assottigliano, il progetto strategico di Putin viene progressivamente eroso. L’idea di dividere l’Occidente, di consolidare un blocco alternativo e di presentare la Russia come polo di attrazione per governi ostili a Washington appare oggi più fragile. Le cadute di partner simbolici, la prudenza cinese e la pressione politica americana contribuiscono a smontare pezzo dopo pezzo quell’impianto. In politica internazionale la credibilità è un capitale decisivo. Se un attore non riesce a proteggere i propri alleati o a conseguire gli obiettivi dichiarati, la sua capacità di attrarre nuovi partner si riduce. Dopo Assad, Maduro e Khamenei, la percezione che emerge è quella di una Russia meno capace di garantire stabilità ai propri amici e meno influente nei grandi dossier globali. Con la guerra ancora in corso e con Pechino attenta a non esporsi oltre misura, il Cremlino si trova davanti a una realtà più complessa di quella immaginata all’inizio dell’invasione: un sistema di alleanze che si restringe e un progetto geopolitico che deve fare i conti con limiti sempre più evidenti. E il prossimo a cadere potrebbe essere proprio Vladimir Putin.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






