La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti si intensifica con l’annuncio di Pechino di imporre dazi aggiuntivi del 34% sui prodotti americani a partire dal 10 aprile, unitamente a controlli sull’esportazione di sette elementi rari. Questa decisione ha immediatamente provocato la reazione del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, il quale ha espresso preoccupazione per le ripercussioni sull’economia statunitense, prevedendo un aumento dell’inflazione e un rallentamento della crescita. Di conseguenza, la Fed ha comunicato che non interverrà sui tassi d’interesse finché non avrà un quadro più chiaro della situazione. La posizione di Powell contrasta con le pressioni del presidente Trump, che invece auspicherebbe un taglio immediato dei tassi. L’escalation della tensione commerciale sta generando forte instabilità sui mercati finanziari: gli analisti temono una pesante reazione negativa all’apertura di lunedì, e già nella giornata di ieri Piazza Affari ha registrato un crollo di oltre il 7,5%, paragonabile al tonfo subito in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Sembra che Trump si diverta a mettere sotto scacco il pianeta. Ne abbiamo parlato con Gaetano Evangelista, strategist di AGE Italia.
Quali sono gli effetti dei dazi USA, a breve e a lungo termine, sui portafogli degli italiani?
«È una equazione con molte incognite, perché verosimilmente la bellicosità commerciale americana indurrà una serie di reazioni a tutti i livelli. In questo momento non sappiamo se l’Europa si allineerà alla Cina nel rispondere al meccanismo sanzionatorio USA con tariffe compensative. In ogni caso verosimilmente una risposta arriverà tanto da Bruxelles quanto da Francoforte. La prima spianando la strada a stimoli fiscali, che archivieranno quindici anni di camicia di forza autoimposta sotto forma di austerità fuori luogo. La seconda concedendo un più contenuto costo del denaro per il tramite di almeno tre tagli dei tassi di interesse ufficiali. La buona notizia è che le condizioni fiscali in Europa sono molto più accomodanti oggi. Per cui mentre negli Stati Uniti si raschia il fondo del barile con queste misure che negli improbabili auspici dell’amministrazione Trump dovrebbero generare, forse, risorse con cui, forse, tagliare a fine anno le imposte; in Europa al contrario deficit e debito pubblici sono molto più accomodanti.Per non parlare della nostra inflazione che, a differenza di quanto accade per il povero Powell dalle mani legate, autorizza la signora Lagarde ad una maggiore generosità»
Se ci fosse un’escalation, cosa comporterebbe nella vita reale? Consumi, disoccupazione, prezzi…
«L’economia americana è relativamente chiusa. L’interscambio commerciale con il resto del mondo rappresenta appena il 2% dell’economia, per cui in teoria domani potrebbero vivere nell’autarchia completa con contraccolpi contenuti. Al contrario l’Europa conta molto per il proprio Export sugli Stati Uniti: perlopiù macchinari, farmaceutica, auto e chimica (il mitico alimentare rappresenta appena il 3% delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti).
Una escalation commerciale verosimilmente comporterebbe una riduzione dell’apporto dell’interscambio alla crescita economica. Ma in Europa siamo ben consapevoli della necessità di affrancarci da questa dipendenza, sfruttando l’enorme surplus di risparmio che si forma in Europa – persino in Italia, dopo la crisi del 2010-12 – a favore dei consumi interni. Il cambio di paradigma del cancellierato Merz fa ben sperare. Se i capitali investiti negli Stati Uniti tornassero in Europa – gli stranieri detengono il 18% delle azioni americane quotate in borsa, dal 7% di inizio secolo – il riequilibrio finanziario nel Vecchio Continente finirebbe per finanziare gli investimenti in infrastrutture e Difesa, e la partita sarebbe tutta da giocare. Oltretutto nella misura in cui le imprese esportatici dovessero trovare le porte chiuse negli Stati Uniti, il ricollocamento all’interno della produzione comprimerebbe il tasso di crescita dei prezzi dei beni di consumo»
C’è il rischio che miliardi di prodotti cinesi arrivino in UE?
«La Cina da anni è salita vertiginosamente nella catena del valore aggiunto. L’immagine di Pechino che inonda il Vecchio Continente di abiti, giocattoli ed elettronica di consumo appartiene ormai al passato. Personalmente non trovo nulla di censurabile se i cinesi giocassero il ruolo appartenuto a noi europei nel Dopoguerra nei confronti degli Stati Uniti; a patto che realizzassimo cosa voler fare da grandi. Certe partite sono ormai irrimediabilmente perse: come quelle delle batterie elettriche, dei pannelli solari e del settore Auto. È inutile combattere battaglie demagogiche e di bandiera. Occorrerebbe a mio parere il pieno coinvolgimento del settore pubblico e privato attorno ad un tavolo, dedicato alla definizione delle strategie di lungo periodo. Partendo dal rilancio della produttività. Mi pare che il piano Draghi sia un eccellente punto di partenza»
Il dollaro sta scendendo molto. Ci spiega perché?
«Questo in effetti è un paradosso, perché ci insegnano che in tempi di incertezze geopolitiche e di turbolenze finanziarie, i capitali internazionali vanno dove sono meglio trattati, e gli Stati Uniti fino ad ora hanno garantito le condizioni migliori. Ma è evidente a tutti come gli USA non siano più disposti ad esercitare il soft power che ha fatto la loro fortuna nella seconda metà del secolo scorso. Il mitico eccezionalismo americano, che ha spinto l’autorevole The Economist lo scorso autunno a raffigurare sciaguratamente in copertina un biglietto verde spinto in orbita da potenti razzi, sembra aver fatto il suo tempo. Ma non dovremmo dimenticare che nei passati 15 anni buona parte di questa eccezionale performance economiche è stata finanziata dalla munificenza dello Zio Sam. Ora che gli Stati Uniti si mettono a cura dimagrante per l’impossibilità di espandere ulteriormente disavanzo e debito federale, con l’Europa chiamata ad una prova di maturità; i differenziali di crescita economica si vanno prospetticamente restringendo. Questo spinge verso il basso i tassi negli Stati Uniti e verso l’alto il costo del denaro in Europa. Il premio si fa più allettante nel Vecchio Continente, ed i capitali internazionali sentitamente ringraziano»
Le banche centrali, secondo lei, interverranno riducendo i tassi?
«L’82% delle banche centrali al mondo ha tagliato i tassi di interesse come ultima misura ufficiale. Ma questo è il passato. Ora la prospettiva di un risveglio dell’inflazione da beni importati induce ad una ben maggiore ragionevolezza, complessivamente parlando.
Ci sono però delle sfumature alle varie latitudini. Le banche centrali delle economie emergenti hanno lavorato bene negli anni passati, e dispongono di maggiori margini di manovra. Anche un cambio stabile per effetto del dollaro debole previene timori di fuga di capitali e concede margini alle autorità monetarie. Secondo me la Banca Centrale Europea taglierà ancora almeno in un paio di occasioni fino alla fine dell’anno. Forse tre. Negli Stati Uniti invece il governatore Powell ha chiarito che non ci sono i margini per intervenire. A Trump toccherà attendere il cambio della guardia alla Casa Bianca, fra un anno, prima di poter disporre di un cane da guardia più mansueto. L’alternativa sarebbe il prolungato scontro fra poteri.
Oppure, potrà giocare d’anticipo nominando il successore di Powell, che inizierà a comunicare i suoi orientamenti, in una sorta di moral suasion lacerante. In un caso come nell’altro, ne andrebbe della credibilità della istituzione, ed il dollaro finirebbe per farne le spese»
Quali effetti per l’immobiliare ed il mutuatario?
«Nonostante le pressioni sul mercato obbligazionario generate da una maggiore “fame” di capitali che si sta profilando in Europa, mi sembra che la BCE stia lavorando bene e che, come detto, disponga di maggiori margini di manovra. L’inflazione sotto controllo glielo concede. In effetti i parametri del mercato monetario, come l’Euribor, puntano in modo confortante verso il basso. Non siamo alle condizioni eccezionali di inizio secolo, ma penso sia sensato prefigurare condizioni di accesso ai mutui più vantaggiose nei mesi a venire e nella seconda metà dell’anno. Se Trump desiderasse in minore disavanzo commerciale americano, il riflesso obbligato sarebbero minori capitali internazionali dal resto del mondo. È una identità contabile: se vendo meno parmigiano, per chiudere con leggerezza, disporrò di minori dollari da riciclare negli States, e questo libererà risorse da impiegare in qualche modo nel Vecchio Continente. Forse persino sul settore immobiliare»
Elisa Garfagna
giornalista






