LUGLIO 2026
Per oltre ottant’anni il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha rappresentato uno dei pilastri della sicurezza in Medio Oriente. Dall’incontro del 1945 tra il presidente Franklin Delano Roosevelt e il re Abdulaziz Ibn Saud a bordo dell’incrociatore USS Quincy, l’intesa si è fondata su un principio semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica e cooperazione strategica saudita. Oggi, però, questo equilibrio potrebbe essere giunto a un punto di svolta. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, l’operazione americana denominata “Project Freedom”, concepita per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz dopo la crisi con l’Iran, avrebbe provocato un duro scontro politico tra Washington e Riad. Al centro della vicenda vi sarebbe il rifiuto iniziale dell’Arabia Saudita di mettere a disposizione le proprie basi militari e il proprio spazio aereo per sostenere il piano operativo statunitense. Una scelta che avrebbe costretto il Pentagono a rivedere profondamente l’intera architettura dell’operazione. Sebbene il Regno saudita abbia successivamente corretto la propria posizione, consentendo una limitata collaborazione, l’episodio avrebbe lasciato un segno profondo nei rapporti con l’amministrazione Trump. Tanto che, secondo il quotidiano americano, la Casa Bianca starebbe valutando una significativa riduzione della presenza militare statunitense nel Paese.
Se confermata, si tratterebbe di una decisione destinata a segnare una delle più profonde fratture nelle relazioni tra Washington e Riad dagli anni Settanta. Nemmeno durante gli shock petroliferi del 1973, gli attentati dell’11 settembre 2001 – quando quindici dei diciannove terroristi erano cittadini sauditi – o le tensioni seguite all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, l’alleanza strategica era arrivata a essere rimessa in discussione sul piano militare in maniera così esplicita. L’Arabia Saudita rappresenta infatti molto più di un semplice alleato regionale. Ospita infrastrutture militari fondamentali, costituisce uno dei principali hub logistici delle forze armate americane nel Golfo e ha svolto per decenni un ruolo decisivo nelle operazioni in Iraq, Afghanistan e nella deterrenza nei confronti dell’Iran. Un ridimensionamento della presenza americana avrebbe quindi conseguenze ben superiori al rapporto bilaterale.
Sul piano strategico, un eventuale disimpegno degli Stati Uniti rischierebbe di alterare profondamente gli equilibri di sicurezza del Golfo Persico. L’Iran potrebbe interpretare la riduzione della presenza americana come un segnale di indebolimento della deterrenza statunitense, aumentando la pressione sulle rotte marittime e rafforzando il sostegno ai propri alleati regionali, dagli Houthi nello Yemen alle milizie sciite in Iraq e Siria fino a Hezbollah in Libano. In questo contesto, anche altri attori internazionali potrebbero approfittare del vuoto lasciato dagli Stati Uniti. La Cina, già principale acquirente del petrolio saudita e protagonista della mediazione che nel 2023 portò al riavvicinamento diplomatico tra Riad e Teheran, vedrebbe rafforzarsi la propria influenza politica ed economica nella regione. Anche la Russia potrebbe sfruttare l’occasione per consolidare la cooperazione energetica e militare con le monarchie del Golfo.
Per Donald Trump la vicenda assume anche un valore politico. Il presidente americano ha costruito buona parte della propria strategia mediorientale su rapporti personali con la leadership saudita e sulla convinzione che gli alleati regionali dovessero contribuire maggiormente alla propria sicurezza. Tuttavia, il rifiuto iniziale di Riad di sostenere “Project Freedom” sembra aver incrinato quel rapporto privilegiato, facendo emergere una crescente divergenza di interessi. Anche l’Arabia Saudita, del resto, sta perseguendo una politica estera molto più autonoma rispetto al passato. La normalizzazione dei rapporti con l’Iran, il rafforzamento dei legami con Pechino, l’ingresso nei BRICS e una diplomazia sempre più svincolata dalle priorità americane testimoniano la volontà del principe ereditario Mohammed bin Salman di trasformare il Regno in una potenza regionale capace di dialogare con tutti i principali attori globali. Proprio questa crescente autonomia potrebbe aver spinto Riad a evitare un coinvolgimento diretto in un’operazione che rischiava di trasformare nuovamente il territorio saudita in una piattaforma militare contro Teheran, esponendo il Regno a possibili ritorsioni missilistiche o terroristiche. L’eventuale riduzione delle forze americane avrebbe inoltre ripercussioni concrete sulla sicurezza delle rotte energetiche mondiali. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Qualsiasi indebolimento della capacità di deterrenza occidentale aumenterebbe il rischio di nuove crisi marittime, con effetti immediati sui mercati energetici e sull’economia globale.
Per questo motivo la crisi emersa attorno a “Project Freedom” non rappresenta soltanto un incidente diplomatico. Potrebbe essere il primo segnale di una trasformazione storica degli equilibri del Medio Oriente. Se gli Stati Uniti dovessero davvero ridurre la propria presenza militare in Arabia Saudita, verrebbe meno uno dei cardini dell’ordine regionale costruito negli ultimi decenni. Il rischio è quello di aprire una fase di forte instabilità, nella quale nuove potenze cercheranno di riempire il vuoto lasciato da Washington, mentre l’Iran potrebbe sentirsi incoraggiato a spingere ancora più avanti la propria proiezione strategica. Le conseguenze, in un’area già attraversata da guerre, rivalità confessionali e competizione geopolitica, potrebbero rivelarsi devastanti per l’intero Medio Oriente. Donald Trump è davvero disposto a sacrificare uno dei pilastri della strategia americana in Medio Oriente per punire un alleato che ha osato opporsi alle sue richieste? Se così fosse, gli Stati Uniti rischierebbero di consegnare ai propri avversari decenni di influenza costruita con investimenti miliardari, basi militari e una fitta rete di alleanze. Sarebbe un paradosso storico: il presidente che aveva promesso di riportare l’America al centro della scena internazionale finirebbe per accelerarne il ridimensionamento in una delle aree più strategiche del pianeta. Perché rompere un’alleanza che dura da oltre ottant’anni può soddisfare l’orgoglio di un leader, ma difficilmente rafforza gli interessi di una superpotenza. E la geopolitica, a differenza della politica interna, presenta sempre il conto.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






