APRILE 2026
Il 25 aprile, data simbolo della Liberazione dal nazifascismo, avrebbe dovuto rappresentare ancora una volta un momento di unità nazionale, memoria condivisa e rispetto dei valori fondanti della Repubblica. E invece, in diverse piazze italiane — con Milano come epicentro — si è consumata una frattura profonda, che interroga non solo il senso della ricorrenza, ma la tenuta stessa dei principi costituzionali. A essere messo in discussione, nei fatti prima ancora che nelle parole, è stato l’articolo 21 della Costituzione, pilastro della libertà democratica, che sancisce senza ambiguità il diritto di tutti a esprimere liberamente il proprio pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Un principio che non ammette deroghe selettive, né interpretazioni opportunistiche. Eppure, ciò che si è visto nelle piazze racconta una realtà diversa: una libertà condizionata, filtrata, concessa solo ad alcuni.
A Milano, per la prima volta, gruppi ebraici sono stati di fatto esclusi dal corteo, impossibilitati a sfilare con i propri simboli e costretti ad allontanarsi sotto scorta. Non sono bastate ore di trattative, né la presenza delle forze dell’ordine a garantire un diritto elementare: quello di partecipare a una manifestazione pubblica senza subire intimidazioni. A dettare le condizioni sono stati gruppi ostili, che hanno imposto una sorta di veto ideologico, trasformando la piazza in uno spazio a sovranità limitata. Ma non è stato un caso isolato. A Bologna, un cittadino italiano si è visto impedire di manifestare con la bandiera ucraina, mentre alcune cittadine iraniane sono state oggetto di insulti. Episodi che, messi insieme, delineano un quadro inquietante: la libertà di espressione diventa selettiva, subordinata all’accettazione di una linea politica dominante, pena l’esclusione o l’aggressione verbale.
Il punto non è solo l’episodio in sé, ma ciò che rappresenta. Quando la violenza — fisica o verbale — diventa uno strumento per decidere chi può esserci e chi no, si rompe l’equilibrio democratico. Non può essere la pressione di gruppi organizzati a stabilire le regole di accesso a una manifestazione pubblica, tanto meno in una giornata che celebra la fine di una dittatura e l’inizio delle libertà costituzionali.
Particolarmente grave è stato il bersaglio simbolico scelto: la Brigata Ebraica. Non un soggetto politico contemporaneo, ma una formazione storica composta da volontari ebrei che combatterono al fianco degli Alleati per liberare l’Italia dal nazifascismo. Offendere la Brigata Ebraica significa colpire direttamente la memoria della Liberazione, riscriverne i contorni, svuotarne il significato. È un cortocircuito storico e morale che non può essere liquidato come una semplice tensione di piazza. Ancora più inquietante è il ritorno di slogan apertamente antisemiti, come «siete solo saponette mancate», espressioni che evocano in modo diretto l’orrore della Shoah. Non si tratta di provocazioni isolate, ma di segnali di un clima che si sta deteriorando, in cui l’odio torna a manifestarsi senza filtri, trovando spazio anche in contesti che dovrebbero essere presidio di memoria e consapevolezza. A rendere il quadro ancora più grave è stata la presenza, in alcune manifestazioni, di bandiere riconducibili a Hamas ed Hezbollah — organizzazioni responsabili di atti terroristici — accanto a vessilli della Russia, impegnata da oltre quattro anni in una guerra contro l’Ucraina. Un cortocircuito simbolico che stride con il significato stesso del 25 aprile e contribuisce ad alimentare una deriva ideologica sempre più distante dai valori della Liberazione.
Si tratta di elemento che segna un ulteriore scarto rispetto al significato originario della ricorrenza e che alimenta una narrazione sempre più polarizzata. In questo contesto, il 25 aprile rischia di essere snaturato, trasformato da momento di coesione nazionale a terreno di scontro ideologico. Così, nei fatti, una minoranza rumorosa che non c’èntra nulla con l’Italia finisce per imporre la propria agenda e — come sostengono alcuni osservatori — per “distruggere” il senso stesso della giornata, piegandola a logiche di contrapposizione radicale. La violenza registrata in diverse città, gli scontri, le aggressioni, raccontano una trasformazione del 25 aprile: da giornata di commemorazione a terreno di conflitto su temi che nulla c’èntrano con la ricorrenza. Una deriva che ha ormai svuotato la ricorrenza del suo significato originario, piegandola a letture parziali, quando non apertamente distorte. Sul fondo resta una questione più ampia: la manipolazione della memoria. Quando la storia viene selezionata, filtrata, adattata alle convenienze del presente, perde la sua funzione educativa e diventa strumento di divisione. La Liberazione non è patrimonio di una parte, ma fondamento dell’intero sistema democratico italiano. E come tale dovrebbe essere difesa, non reinterpretata in chiave escludente. In questo contesto, il silenzio delle istituzioni rischia di pesare quanto gli episodi stessi. Perché quando un principio costituzionale viene di fatto calpestato in una piazza pubblica, non si tratta di una questione marginale, ma di un segnale che riguarda l’intero Paese. L’auspicio è che il garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenga con chiarezza, ricordando il valore non negoziabile dell’articolo 21 e il significato autentico della Liberazione. Ricordare significa anche ristabilire i fatti: il ruolo decisivo degli Alleati, il contributo della Resistenza, la complessità di una storia che non può essere ridotta a slogan. Senza questa consapevolezza, il rischio è che il 25 aprile smetta di essere una giornata di libertà per trasformarsi in uno spazio di esclusione. E a quel punto, a essere davvero tradita, sarebbe la Costituzione stessa.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






