MAGGIO 2026
Ci sono momenti in cui il silenzio e il rispetto dovrebbero prevalere su qualsiasi tentazione di fare rumore e camminare sulla passerella della visibilità social. Piazza Don Andrea Gallo, a Genova, avrebbe dovuto essere solo lo sfondo di un ricordo condiviso: una Santa Messa, officiata da don Luigi Ciotti a tredici anni dalla scomparsa del “prete di strada”, alla presenza della sindaca Silvia Salis. Eppure, a catturare l’attenzione e ad accendere la discussione è stato un dettaglio che con la preghiera c’entra ben poco: una bandiera della Palestina esposta proprio a ridosso dell’altare. Un gesto che, pur nascendo probabilmente da un sentimento di solidarietà, si rivela profondamente fuori luogo in un momento che per definizione nasce per unire, e non per dividere. Non si tratta di censurare il dolore di un popolo, né di girare lo sguardo dall’altra parte di fronte alle tragedie della storia, ma di riconoscere che esistono spazi che devono rimanere refrattari alla parzialità della politica. Quando la complessità del mondo viene ridotta a un pezzo di stoffa colorata sventolato sopra i paramenti sacri, il rischio di scivolare nella strumentalizzazione diventa certezza.
L’opportunità di inserire un simbolo geopolitico così divisivo all’interno di una liturgia è un nodo centrale che merita un’analisi rigorosa e priva di fazione. La Santa Messa è il momento universale del sacro, l’istante in cui la comunità si spoglia delle proprie appartenenze civili, delle tessere di partito e delle ideologie per ritrovarsi sotto lo sguardo di Dio. Introdurre un vessillo nazionale, specialmente nel bel mezzo di un conflitto internazionale tragico, polarizzato e intriso di immani sofferenze da ambo le parti, trasforma inevitabilmente il rito in un manifesto politico a cielo aperto. Quella bandiera, piantata a pochi passi dal calice, non rappresenta più solo la legittima empatia per i civili che soffrono a Gaza, ma diventa una presa di posizione geopolitica unilaterale. Nel momento in cui la Chiesa, o chi ne fa le veci sul territorio, sposa un colore o una fazione, abdica alla sua missione più alta e complessa: essere il porto sicuro e neutrale per tutti gli uomini, nessuno escluso.
L’altare non può e non deve diventare un palcoscenico per la propaganda, anche quando questa è mossa dalle migliori intenzioni umanitarie o dall’urgenza emotiva del momento. L’effetto immediato di questa commistione è l’esclusione ideologica. Si finisce per respingere chi, pur partecipando sinceramente al dolore dei civili e desiderando la fine delle ostilità, legge la complessità di quella guerra in modo diverso, o semplicemente cerca nella fede e nella preghiera una tregua passeggera dalle lacerazioni e dalle tossicità del mondo materiale. Se persino la messa in suffragio di un pastore diventa un’arena in cui sventolare l’appartenenza a un fronte, allora crolla l’ultimo avamposto di accoglienza incondizionata che la società possiede. La politica divide per natura, crea confini, traccia linee tra il “noi” e il “loro”; la spiritualità, al contrario, dovrebbe operare sulla sponda opposta, cercando ciò che unisce nell’umano patire.
Ma l’aspetto ancor più stridente e doloroso di questa vicenda risiede proprio nella figura a cui la memoria della giornata era dedicata. Esporre quella bandiera politica “in ricordo di don Gallo” significa, in qualche modo, forzarne l’eredità spirituale, intellettuale e persino l’istinto profondo. Don Andrea Gallo è stato, per Genova e per l’Italia intera, il prete degli ultimi, il pastore degli emarginati, l’anima pulsante di una Chiesa di strada che non conosceva dogmi di esclusione e che rifiutava le etichette comode della politica istituzionale. Chi lo ha conosciuto, chi ha camminato con lui tra i vicoli del centro storico genovese, sa bene che il suo Vangelo era radicale proprio perché era universale, mai parziale. Don Gallo era il prete delle prostitute, dei tossicodipendenti, dei portuali in lotta, dei transessuali, dei dimenticati dalle istituzioni e dalla morale borghese. Non chiedeva a nessuno da dove venisse o quale fosse la sua bandiera prima di tendere la mano e offrire un rifugio alla Comunità di San Benedetto al Porto. Proprio per questa sua natura intrinsecamente inclusiva, è assai probabile che oggi non sarebbe stato affatto contento di vedere una bandiera nazionale sventolare sotto il suo nome durante una funzione sacra.
Don Gallo non era uomo da fazioni geopolitiche preconfezionate o da slogan utili a lavarsi la coscienza durante i talk show. Se fosse stato qui, in questo drammatico e oscuro momento storico, il suo posto non sarebbe stato sotto un unico vessillo, a fare il tifo dagli spalti della tifoseria internazionale. Si sarebbe schierato, sì, ma non con uno Stato contro un altro, bensì a fianco di entrambi i popoli feriti, incarnando la vera essenza della compassione. Avrebbe pianto per i bambini di Gaza sotto le bombe e, con la stessa identica, disperata forza evangelica, avrebbe abbracciato le madri israeliane private dei loro figli dai terroristi, condannando ogni forma di violenza, sopraffazione e terrore senza fare sconti a nessuno. La sua era una diplomazia del marciapiede, della carne e del cuore, che non cercava la polarizzazione ideologica, ma il riscatto dell’essere umano in quanto tale, spogliato di ogni sovrastruttura. Ridurlo a una sola bandiera, arruolarlo postumo in una fazione della geopolitica contemporanea, significa rimpicciolire la sua immensa tonaca sfilacciata, che era capace di coprire le nudità e le fragilità di chiunque soffrisse, senza chiedere passaporti, patenti politiche o fedi religiose.
La celebrazione genovese ha perso così un’occasione preziosa per fare cultura della pace e dell’incontro. Nel tentativo di onorare un prete che ha passato l’intera esistenza ad abbattere muri e a costruire ponti dove gli altri vedevano solo peccato o marginalità, si è finito per innalzare uno sbarramento ideologico, trasformando il ricordo di un uomo libero in uno strumento di sterile contrapposizione. Don Gallo appartiene a tutti, alla terra e al cielo, e non può essere ridotto a feticcio per le battaglie del presente.
“Io vedo che la Terra è di tutti, e che non ci sono confini, se non quelli che creiamo noi con il nostro egoismo.” Don Andrea lo ripeteva spesso, ricordandoci che ogni volta che tracciamo una linea per terra e decidiamo da quale parte stare, stiamo già tradendo l’umanità di chi si trova dall’altra parte. Mettere una bandiera sull’altare significa proprio questo: dimenticare che il dolore non ha nazionalità e che la pace si costruisce svuotando le mani dalle armi e dai simboli di parte, non sventolandoli in faccia a chi cerca solo un momento di assoluto e di condivisione. Se vogliamo davvero tenere viva la sua lezione, dobbiamo imparare a guardare il mondo con i suoi occhi: occhi che non vedevano confini di Stato, ma solo persone da salvare.
Elisa Garfagna
giornalista
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