GIUGNO 2026
La politica contemporanea ha scoperto un nuovo, pericoloso giocattolo: la sparizione. Su input di Alleanza Verdi e Sinistra, il Consiglio comunale di Genova ha deciso che il paesaggio urbano deve essere “purgato” con la forza del bianchetto. Il diktat è perentorio: via i manifesti di crociere, voli aerei e auto a combustione. La giunta guidata dalla sindaca Silvia Salis non si limita più a governare la città, ne cura il catalogo visivo, come se un cartellone pubblicitario fosse un virus da eradicare per decreto municipale, un’impurità grafica da cancellare per non turbare i sogni di una sostenibilità che, per ora, esiste solo sulla carta.
Siamo ben oltre i confini dell’ecologismo pragmatico: siamo al feticismo della rimozione. L’idea che l’elettorato sia una massa informe di soggetti suggestionabili, incapaci di filtrare un messaggio pubblicitario senza correre compulsivamente ad acquistare un SUV o un biglietto per i Caraibi, tradisce un paternalismo dai tratti quasi messianici. È la pretesa di gestire la crisi climatica agendo sulla retina invece che sulle infrastrutture, sulla percezione del consumo invece che sulla realtà dei processi produttivi. È, in ultima analisi, la rinuncia della politica a farsi guida, preferendo il ruolo più comodo di censore dei desideri. Il paradosso genovese, poi, raggiunge vette surreali che sfiorano il teatro dell’assurdo. In una città che respira attraverso il ritmo dei suoi moli, vietare l’immagine di una nave mentre la sua chiglia reale fende l’acqua a pochi metri dai manifesti oscurati non è un atto di civiltà, è un glitch logico. È il tentativo maldestro di imporre un’estetica asettica, da salotto del Nord Europa, su una metropoli che è ed è sempre stata un groviglio vitale di ferro, banchine e pragmatismo portuale. Genova è una città-macchina che produce ricchezza sporcandosi le mani, eppure oggi si vorrebbe trasformarla in un acquario morale, dove il mare si può guardare ma non navigare, almeno non nei messaggi promozionali.
In questi primi dieci mesi, la Sindaca Salis ha delineato una strategia chiara: la sostituzione sistematica della sostanza con la morale. Se i problemi strutturali, dalla manutenzione che arranca alla cronica crisi del trasporto pubblico, fino alla fragilità di un entroterra dimenticato, sono complessi, faticosi e “sporchi” da risolvere, la censura pubblicitaria è pulita, immediata, terribilmente telegenica. È il governo del “politicamente corretto” applicato all’urbanistica. Ma nascondere il desiderio del progresso sotto un sottile velo di puritanesimo green non renderà Genova più sostenibile, la renderà solo più ipocrita e, probabilmente, più povera di risorse pubblicitarie. Una città che ha paura della propria immagine riflessa nei cartelloni è una città che sta rinunciando a governare la realtà per rifugiarsi in una rassicurante, quanto inutile, messinscena del divieto. Genova meriterebbe una visione capace di integrare la sua anima industriale con le sfide del futuro, non un’amministrazione che spende energie a decidere quali colori debbano avere i muri mentre le strade sottostanti necessitano di risposte vere. Su questo scenario di “oscurantismo grafico” e sulla direzione intrapresa da Palazzo Tursi, noi di Ius101 abbiamo interpellato chi da mesi conduce una battaglia frontale contro questa visione della città. Abbiamo chiesto un commento a Paola Bordilli, Consigliera Comunale e Capogruppo della Lega a Genova.
Consigliera Bordilli, la decisione di vietare le pubblicità di crociere e automotive sembra l’ennesimo capitolo di un’amministrazione che preferisce l’ideologia alla gestione concreta del quotidiano. Qual è il suo giudizio su questo bando “punitivo” verso settori che sono pilastri del nostro PIL e, in prospettiva, come valuta questi primi dieci mesi di Giunta Salis? Siamo di fronte a un modello di città che sceglie sistematicamente il divieto simbolico come alibi per non affrontare i problemi reali dei quartieri e delle imprese?
«Siamo di fronte a una visione miope e punitiva che colpisce il cuore pulsante dell’economia, non solo genovese ma nazionale. Vietare la pubblicità a settori chiave come le crociere e l’automotive non è soltanto una scelta ideologica, ma un vero e proprio autogol economico, specialmente per le pesanti ricadute occupazionali che ne derivano. Ricordiamoci che solo il porto di Genova movimenta oltre 50 milioni di tonnellate di merci ogni anno. Sia chiaro: il sindaco Salis ha compiuto una scelta politica netta. Inseguendo le follie green della sinistra più estrema, ha voltato deliberatamente le spalle alle realtà produttive in nome di un ambientalismo di facciata. Personalmente, metto in seria discussione la tenuta normativa di tali restrizioni: il rischio di violare la libertà d’impresa e i principi della concorrenza è concreto e potrebbe rendere la misura illegittima. In sostanza, siamo davanti all’ennesima narrazione del sindaco: un annuncio normativamente inapplicabile che funge solo da specchio per le allodole. In questi primi undici mesi di Giunta Salis, abbiamo visto delinearsi un modello di città basato sul divieto simbolico piuttosto che sulla gestione operativa. La sinistra sembra preferire la ‘battaglia di bandiera’ alla risoluzione dei problemi reali. Mentre ci si concentra su cosa vietare nei manifesti, i quartieri soffrono per mancanza di manutenzione, degrado, insicurezza e per le difficoltà quotidiane delle piccole imprese.
Questi provvedimenti sono l’alibi perfetto: si solleva un polverone mediatico su temi pseudo-morali per distogliere lo sguardo dall’incapacità di governare i processi complessi della nostra città. È il paravento del cosiddetto campo largo, una coalizione dalle posizioni troppo distanti per poter amministrare davvero. L’unico strumento rimasto a Salis per simulare unità è il ‘NO’ ideologico, seguito dal solito, cronico immobilismo della sinistra. Questi temi alla fine servono anche Salis per evitare di fare davvero il sindaco: invece di misurarsi sulla gestione del quotidiano, punta a mantenere sempre e comunque la ribalta nazionale, andando anche contro la legge e pensando di poter sempre raccontare la propria narrazione (falsa) ai cittadini».
Elisa Garfagna
giornalista






