GIUGNO 2026
Per decenni Enzo Iacchetti è stato uno dei volti più popolari della televisione italiana. Simpatico, irriverente, capace di conquistare il pubblico con una comicità immediata e mai eccessiva. Oggi, però, osservando le sue apparizioni televisive più recenti, la sensazione è quella di assistere a qualcosa di molto diverso. Non più un comico che utilizza la satira per leggere la realtà, ma un personaggio rancoroso sempre più intrappolato nel ruolo dell’indignato permanente, chiamato a recitare un copione costruito su provocazioni, slogan e affermazioni destinate a far discutere.
L’ultimo episodio si è consumato durante la trasmissione «È sempre Cartabianca», andata in onda il 2 giugno. Nel corso del programma Iacchetti ha attaccato il Governo e Fratelli d’Italia, arrivando a evocare presunte simpatie fasciste sulla base dell’assenza di alcuni esponenti istituzionali a una commemorazione pubblica. Un’accusa pesante, formulata senza alcun elemento concreto e fondata esclusivamente su interpretazioni politiche. Non si tratta però di un episodio isolato. Negli ultimi mesi il l’ex comico è stato protagonista di una lunga serie di interventi che hanno suscitato polemiche. Tra questi, la dichiarazione probabilmente più controversa: quella in cui è arrivato ad affermare di sentirsi «uno di Hamas». Una frase che ha provocato indignazione trasversale e che molti considerarono gravissima alla luce delle responsabilità dell’organizzazione terroristica palestinese nell’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele, costato la vita a oltre 1.200 persone.
Non meno discutibili sono stati alcuni suoi interventi sul conflitto in Medio Oriente, spesso caratterizzati da ricostruzioni storiche contestate e da una visione rigidamente ideologica della vicenda. In una successiva apparizione televisiva arrivò perfino a scontrarsi duramente con esponenti della comunità ebraica italiana, trasformando il dibattito in una sequenza di accuse personali e provocazioni. A questo punto la domanda diventa inevitabile: siamo davvero di fronte a una libera espressione di opinioni oppure a un personaggio televisivo utilizzato come detonatore di polemiche? Il problema, infatti, non è soltanto Iacchetti. Chiunque abbia una lunga esperienza televisiva sa perfettamente come funziona il meccanismo della televisione contemporanea. Gli ospiti vengono scelti, i temi vengono concordati, gli interventi vengono inseriti in una precisa architettura narrativa. Nulla è casuale. E quando un programma continua a invitare sistematicamente personaggi che garantiscono scandalo, indignazione e viralità, la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente a chi parla. È qui che emerge il vero nodo della vicenda.
Una grande rete televisiva rende davvero un servizio ai telespettatori quando trasforma il confronto politico in una gara di slogan? È utile al dibattito democratico offrire spazio a dichiarazioni sempre più estreme, purché generino qualche titolo sui giornali il giorno successivo? La sensazione è che una parte della televisione italiana abbia progressivamente sostituito il confronto con il conflitto e l’analisi con la provocazione. In questo contesto, personaggi conosciuti e popolari finiscono per diventare strumenti funzionali a una macchina che vive di polemiche continue. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. La senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione ha definito le parole di Iacchetti «l’ennesima dimostrazione di come una certa sinistra continui ad alimentare una narrazione tossica e divisiva, arrivando ad attribuire al Governo e a Fratelli d’Italia simpatie antidemocratiche e fasciste sulla base di ricostruzioni arbitrarie». Secondo la parlamentare, affermare che il Governo sarebbe «antidemocratico» o «simpatizzante del fascismo» significa «lanciare messaggi devastanti e delegittimare istituzioni democraticamente elette dai cittadini, avvelenando il confronto pubblico». Campione ha poi puntato l’attenzione su una frase pronunciata dallo stesso Iacchetti nei confronti di Bianca Berlinguer: «Tu sei troppo democratica». Una battuta che, secondo la senatrice, apre inevitabilmente un interrogativo: «Se la conduttrice sarebbe troppo democratica, allora lui come si definisce?».
Parole che fotografano bene il problema. Perché il punto non è stabilire se Iacchetti abbia il diritto di criticare il Governo. In una democrazia quel diritto è sacrosanto. Il problema nasce quando la critica lascia il posto alla caricatura e quando le accuse più pesanti vengono utilizzate come semplici strumenti retorici. Nella parte finale della sua dichiarazione, Campione ha citato Francesco De Gregori e il suo invito a «non pontificare dal palco». Un riferimento che appare particolarmente appropriato. La televisione ha bisogno di opinioni, non di sermoni. Ha bisogno di confronto, non di tifoserie ideologiche.
E forse è proprio qui che si trova il cuore della questione. Il caso Iacchetti non racconta soltanto la triste parabola di un artista che ha sostituito la comicità con la militanza politica. Racconta soprattutto una televisione che continua a premiare l’eccesso, la provocazione e la semplificazione. Una televisione che sembra interessata più allo scontro che alla comprensione dei fatti. Alla fine, la domanda più scomoda non riguarda il comico. Riguarda chi continua a offrirgli quel palcoscenico. Perché quando un personaggio pubblico finisce per essere ricordato più per le polemiche che per il talento che lo ha reso famoso, il problema non è soltanto chi parla. È anche chi decide di trasformare ogni sua uscita in uno spettacolo da prima serata.
Stefano Piazza
vicedirettore IUS101






