GIUGNO 2026
L’iniziativa della Senatrice Campione riaccende i riflettori su un’anomalia storica che tocca da vicino il cuore della nostra identità: l’asimmetria nell’articolo 12 della Costituzione italiana, che se da un lato tutela il Tricolore, dall’altro ignora l’Inno nazionale. Il Canto degli Italiani ha infatti dovuto attendere il 2017 per ottenere una prima dignità giuridica tramite legge ordinaria. Oggi, questo disegno di legge costituzionale, attualmente incardinato in Commissione Affari Costituzionali, mira a compiere l’ultimo miglio, elevando finalmente l’inno allo stesso rango normativo della bandiera per metterlo al riparo da qualsiasi futura e repentina modifica parlamentare.
Allargando lo sguardo oltre i nostri confini, si scopre che il rapporto tra i Paesi e i loro canti patriottici segue logiche profondamente diverse. Se la Germania ha scelto di non inserire il Deutschlandlied nella propria Legge Fondamentale, affidando la tutela a uno storico scambio di lettere ufficiale tra la Presidenza e la Cancelleria federale, il Regno Unito si muove su un binario ancora differente; complice l’assenza di una Costituzione scritta, God Save the King vive infatti esclusivamente sulla forza della consuetudine. La Francia, dal canto suo, ha scelto la via della massima solennità inserendo la Marsigliese direttamente nell’articolo 2 della propria Costituzione. Anche il Nepal ha voluto blindare il proprio inno moderno inserendolo direttamente nell’Allegato 3 della Costituzione del 2015.
In questo variegato scenario internazionale, la proposta italiana si propone di traghettare definitivamente l’Inno di Mameli nel modello della massima protezione costituzionale. Per capire la fattibilità politica e il valore simbolico di questo percorso, abbiamo intervistato la prima firmataria del ddl, la Senatrice Campione, e il Senatore Andrea De Priamo, Presidente della Commissione Affari Costituzionali.
Senatore De Priamo, lei è da sempre molto attento ai temi dell’identità nazionale e della tutela della nostra memoria storica. Dal punto di vista della dialettica parlamentare in Senato, dove il disegno di legge ha iniziato il suo percorso, ravvisa una reale convergenza tra le forze politiche per elevare l’Inno di Mameli a rango costituzionale, o teme che la discussione possa arenarsi in logiche di bandiera?
«L’auspicio è quello che su un tema di questo genere si possa registrare la più ampia convergenza possibile, se non l’unanimità. Del resto, il disegno di legge della Senatrice Campione è già condiviso da esponenti di altre forze politiche e mi auguro che possa raccogliere un consenso trasversale, così come è avvenuto per altre importanti modifiche costituzionali, penso ad esempio alle riforme a cui ho partecipato personalmente come Presidente della Prima Commissione Affari Costituzionali, riguardanti la tutela delle persone con disabilità relativa all’art. 38 della Costituzione e la riforma sulle vittime di reato, passate entrambe all’unanimità in Commissione»
Alcuni critici sostengono che l’attuale Costituzione debba essere modificata solo per riforme strutturali ed economiche urgenti, considerando l’intervento sui simboli una priorità secondaria. Qual è la sua risposta a questa visione? In che modo la stabilizzazione costituzionale dell’Inno e del Tricolore può, al contrario, rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza allo Stato in un momento storico così complesso?
«Non condivido l’idea che la Costituzione non possa essere modificata su un tema valoriale come questo. Naturalmente ogni modifica costituzionale richiede ponderazione e un approfondito esame parlamentare. Tuttavia, nel caso dell’inno nazionale, questa riflessione dura oramai da anni. Credo che il significato più profondo di questa riforma sia quello di rafforzare il senso di appartenenza alla comunità nazionale. Quando cantiamo l’inno ci riconosciamo come parte di una storia, di valori e di un destino comune. E’ un momento che unisce gli italiani al di là delle differenze politiche, sociali e territoriali. Proprio in questi giorni, in cui la Nazionale non è presente ai Mondiali e non sentiamo risuonare il nostro inno nelle competizioni internazionali, ci rendiamo conto di quanto esso rappresenti un simbolo identitario e unificante. Il suo inserimento nella Costituzione contribuirebbe a riconoscerne e valorizzarne ulteriormente il ruolo nella vita della Repubblica»
Senatrice Campione, la proposta di inserire esplicitamente il ‘Canto degli Italiani’ (l’Inno di Mameli) all’articolo 12 della Costituzione, accanto alla bandiera Tricolore, va oltre il valore simbolico. In un’epoca di forte globalizzazione e frammentazione culturale, in che modo questa modifica costituzionale può rafforzare l’identità nazionale e il senso di appartenenza civica, soprattutto tra le giovani generazioni?
«L’inno nazionale, al pari della bandiera, fa parte della carta di identità della Nazione. L’inserimento in Costituzione dell’inno di Mameli rafforza il senso di appartenenza a una comunità che si riconosce in una storia e in valori comuni. In tempi di globalizzazione i simboli che contraddistinguono la Nazione sono un presidio importante contro l’omologazione. La cultura è diversità di pensiero, di storia e consuetudini che vanno difese e trasmesse alle giovani generazioni affinché possano tramandarle a loro volta»
L’Inno di Mameli è stato riconosciuto ufficialmente come inno della Repubblica solo per legge ordinaria nel 2017. Ritiene che il percorso per elevarlo a rango costituzionale possa trovare una convergenza ampia e trasversale tra le diverse forze politiche in Parlamento, unendo il Paese attorno a un simbolo così condiviso?
«Sono convinta che alcuni temi come quello dell’identità nazionale debbano essere affrontati unitariamente da tutte le forze politiche. Ho apprezzato molto che il disegno di legge sia stato sottoscritto da colleghi di partiti diversi e spero che durante l’iter che porterà il provvedimento all’approvazione dell’aula tutti i gruppi che siedono in Senato possano condividerlo. Si tratta dell’identità di tutti gli italiani senza distinzione di orientamento politico»
Elisa Garfagna
giornalista
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