LUGLIO 2026
Il video diffuso sui canali social del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, segna un punto di svolta nella comunicazione politica italiana. Non è la prima provocazione dell’ex generale, ma è la prima volta che la metafora del Colosseo viene usata in modo così letterale, senza alcuna mediazione ironica che ne attenui la carica simbolica.
In una democrazia funzionante, l’interlocutore politico è qualcuno con cui ci si scontra sul piano delle idee, anche duramente, anche sgradevolmente, ma sempre riconoscendone la legittimità. Il filmato in questione ribalta questo principio: Schlein, Conte, Boldrini e Prodi non vengono criticati nel merito, ma inscenati come prigionieri in attesa di esecuzione. Il pollice verso, il leone, il gesto sfrontato del dito medio dal palco, compongono un immaginario che non contiene alcuna proposta politica, ma solo la messa in scena del castigo. È la differenza tra affermare “quella persona sbaglia” e rappresentare “quella persona va eliminata”, anche solo simbolicamente. E i simboli, in politica, non sono mai innocui.
Il punto più delicato riguarda l’uso dell’IA come arma retorica. “È solo un video generato al computer, è satira, è iperbole digitale” questa è la difesa prevedibile, già emersa nelle prime reazioni alla vicenda. Ma la psicologia della comunicazione politica insegna che l’impatto emotivo di un’immagine non dipende dal mezzo con cui è stata prodotta. Al contrario: la facilità con cui oggi si possono costruire scenari di supplizio contribuisce a normalizzare un linguaggio che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato respinto come inaccettabile nel dibattito pubblico. Quando l’eliminazione fisica dell’avversario diventa un contenuto da condividere per raccogliere consenso sui social, il confine tra provocazione mediatica e incitamento all’odio si assottiglia in modo pericoloso. Non a caso diversi esponenti dell’opposizione hanno parlato esplicitamente di minaccia, e non di semplice cattivo gusto.
Va inoltre osservato un aspetto spesso sottovalutato: la qualità stessa dell’operazione comunicativa è molto modesta. Al netto della carica aggressiva, l’estetica da peplum, i gesti triviali e la messinscena muscolare parlano a una fascia molto specifica di pubblico, quella già radicalizzata, rinunciando a qualunque pretesa di autorevolezza istituzionale. Chi ricopre un ruolo pubblico, tanto più chi ha alle spalle una carriera nelle istituzioni e nelle forze armate, sceglie consapevolmente il registro con cui comunica. In questo caso la scelta è ricaduta sulla provocazione misera da social, in una linea che richiama stilemi comunicativi già osservati da altre parti, dove la spettacolarizzazione sostituisce il contenuto.
Il punto che rischia di sfuggire nel dibattito pubblico è che a rimetterci non sono solo i leader messi simbolicamente in catene. È l’intero confronto democratico. Quando la politica smette di argomentare e comincia a inscenare fantasie punitive il danno non si limita ai diretti interessati: si traduce in un impoverimento collettivo del linguaggio pubblico, che abbassa la soglia di ciò che una società considera tollerabile. Per questo le reazioni indignate delle opposizioni, per quanto prevedibili nella forma, appaiono nel merito pienamente giustificate.
Un’analisi attenta che qui ci troviamo a fare, non può ignorare le obiezioni che circolano a difesa di Vannacci. Primo: la satira politica ha una lunga tradizione di rappresentazioni violente o grottesche degli avversari, vignette, caricature, sketch, e c’è chi sostiene che il video sia solo un’estensione digitale di quel genere, priva di reali istigazioni all’azione. Secondo: nel filmato non compare alcuna minaccia esplicita e diretta, argomento che i sostenitori usano per derubricare la vicenda priva di conseguenze effettive. Terzo: c’è chi legge nell’indignazione delle opposizioni una risposta calcolata, funzionale ad amplificare la visibilità del video e a costruire una narrazione da vittima (dinamica non estranea alla comunicazione politica contemporanea, indipendentemente da chi la attivi).
Ridurre tutto a una provocazione digitale significa ignorare l’effetto di questi linguaggi: quando la rappresentazione del supplizio dell’avversario politico diventa uno strumento di consenso, il confine tra la satira e la normalizzazione della violenza si cancella definitivamente. E a pagare il prezzo, ben oltre i singoli bersagli del filmato, è la credibilità stessa dello spazio politico.
Elisa Garfagna
giornalista






