Non tutte le violenze lasciano ferite fisiche o tracce visibili, alcune sono più sotterranee, nascoste, ma comunque subdole e dolorose. Una tra queste che vede le donne ancora protagoniste involontarie, e talvolta, inconsapevoli, è la violenza economica ovvero quella condizione di subalternità e dipendenza che diventa una gabbia e che quindi rappresenta una barriera alla propria libertà. Questa dinamica è nota, ma poco riconosciuta, e coinvolge molte donne, sovente all’interno di un contesto di indifferenza figlio di retaggi ed eredità culturali che la volevano occupata principalmente in famiglia in ruoli di accudimento e fuori dal mercato del lavoro, condizione che le riduceva, e lo fa ancora oggi, dipendente economicamente dal proprio compagno. Secondo l’ONU si tratta di atti che rendono o tentano di rendere una persona finanziariamente dipendente, mantenendo il controllo totale sulle risorse economiche, negando l’accesso al denaro e/o vietando di frequentare scuola o lavoro.
I dati sono allarmanti e secondo un’indagine condotta da Ipsos per WeWorld nel 2023, il 49% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito violenza economica almeno una volta nella vita e la percentuale sale al 67% per le donne divorziate o separate. Oltre il 31% delle donne italiane dipende economicamente dal partner o da un altro familiare. Solo il 58% ha un conto corrente intestato personalmente, mentre il 4,8% non ne possiede alcuno. Si ha l’impressione di vivere molti anni indietro quando il ruolo della donna la assoggettava a schiavitù economica non avendo diritto e quindi accesso alle risorse economiche della famiglia. L’ombra delle tradizioni patriarcali, in cui gli uomini detengono potere e autorità, sembra ancora attaccata a molte storie di donne tenute sotto scacco dall’egemonia del marito-padrone e gestore economico.
Oltre a non condividere le risorse economiche familiari, spesso queste donne vengono messe dai propri compagni anche in una posizione debitoria così dal renderle impossibilitate a compiere qualsiasi scelta: rate dei mutui cointestati, finanziamenti a carico e altre “condanne” economiche che fungono da ricatto.
La paghetta settimanale che serve alle spese di casa è una piccola e mortificante concessione insieme alla negazione di utilizzo di carte di credito e bancomat, una vera prigionia domestica giustificata e perpetrata da consuetudini anacronistiche.
Il mercato del lavoro non aiuta e anche qui i dati non sono incoraggianti: nel 2023, il 43% delle donne tra i 15 e i 64 anni non partecipava al mercato del lavoro e questo dato è superiore di 13 punti percentuali rispetto alla media europea. Tra le donne occupate, molte lavoravano in condizioni precarie: il 66% aveva un contratto part-time e il 52% un contratto a tempo determinato con retribuzioni molto basse e non sufficienti a crearsi una vita autonoma.
Sono state create alcune misure di supporto per situazioni estreme come il “Reddito di Libertà”, un sussidio mensile di 400 euro destinato alle donne vittime di violenza in condizione di povertà; al 31 maggio 2024, sono pervenute 6.489 domande, tuttavia, le risorse disponibili sono limitate, con un fondo annuale di 15 milioni di euro, aumentato del 40%.
La violenza domestica è un fenomeno che merita, per la sua rilevanza sociale, di essere attenzionato molto di più, in un panorama europeo e mondiale che vede le donne sempre più coinvolte nel mercato del lavoro, spesso in posizioni apicali, è inaccettabile che questo ultimo mantenga in alcune aree le sue politiche discriminatorie; non è concepibile che la donna resti legata economicamente al proprio marito e non sia in grado di partecipare alle scelte della famiglia ne’ di scegliere per essa stessa. Quello che si permette di attuare è un controllo silenzioso che intrappola le donne in relazioni violente e coercitive. Si rende necessario, quindi, puntare su diversi interventi per migliorare questa situazione: dall’educazione finanziaria nelle scuole alle campagne di sensibilizzazione, dai fondi di solidarietà alle soluzioni in emergenza, ma al dunque è il mercato del lavoro che può dare una svolta decisiva a questa problematica attraverso programmi di inserimento o reinserimento lavorativo per le donne in difficoltà. Inoltre si dovrebbe pretendere una evoluzione culturale veloce che sposti la donna dal ruolo “ideale” ed esclusivo di madre di famiglia ad uno nuovo che le consenta la possibilità di scegliere come vivere la propria vita. Certamente rispetto al passato ci sono stati evidenti miglioramenti, ma bisogna lavorare ancora e ancora con maggiore convinzione.
Maria La Barbera
giornalista






