GIUGNO 2026
Per oltre un decennio, la narrazione del collasso climatico è stata ancorata prevalentemente su un unico scenario da incubo definito attraverso una sigla criptica: RCP8.5. Questo scenario, descritto come il percorso business-as-usual, un “sentiero dell’inerzia“, ovvero l’andamento più probabile in assenza di cambiamenti, dipingeva un domani di dipendenza assoluta dal carbone e totale assenza di politiche di mitigazione, conducendoci verso un riscaldamento catastrofico. Oggi, però, ci troviamo di fronte a un paradosso scientifico straordinario: i progressi tecnologici e l’implementazione delle politiche climatiche hanno avuto un impatto tale da rendere quel futuro “apocalittico” ufficialmente impossibile.
Il mondo reale sarebbe andato più veloce dei modelli: il crollo dei costi delle rinnovabili, l’attuazione di nuove politiche climatiche e i trend recenti delle emissioni hanno reso queste proiezioni delle pure distopie prive di fondamento geofisico. L’aspetto paradossale è che questo drastico cambiamento è avvenuto nonostante il pianeta dipenda energeticamente per oltre l’80% dai combustibili fossili e le politiche climatiche globali siano, in molti Paesi, in fase di profonda revisione quando non contrazione.
Lo spartiacque scientifico, fissato dalla comunità scientifica internazionale (attraverso il consorzio che coordina gli studi sul clima: World Climate Research Programme, WCRP), è il passaggio al nuovo framework (ScenarioMIP, Scenario Model Intercomparison Project) che farà da base per i prossimi rapporti dell’ONU sul clima e segna la rimozione ufficiale di vecchi paradigmi catastrofisti rappresentati dagli scenari ad altissime emissioni (l’SSP5-8.5 e l’SSP3-7.0). Il nuovo framework funge da base scientifica per la maggior parte della ricerca climatica proiettiva e per i rapporti di valutazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), in particolare per il prossimo Settimo Rapporto di Valutazione (AR7).I prossimi rapporti dell’ONU sul clima si baseranno su questa nuova generazione di modelli con il passaggio alla versione 7 del protocollo CMIP (Coupled Model Intercomparison Project): non si tratta di una semplice revisione tecnica, ma di un necessario atto di “autocorrezione”. La scienza climatica sta riconoscendo l’obsolescenza dei vecchi paradigmi catastrofisti per preservare la propria credibilità. Tuttavia, questo aggiornamento porta con sé una verità scomoda: migliaia di studi precedenti, utilizzati per stress-testare le politiche globali, poggiano ora su quella che Roger Pielke Jr. definisce “fondamenta di sabbia”. Se lo scenario peggiore usato per gestire il rischio è errato, l’intero quadro della gestione del rischio dell’ultimo decennio risulta compromesso. Moltissimi paesi (tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania e Giappone) hanno usato questi scenari catastrofici nei loro piani nazionali di adattamento al clima. Anche il mondo della finanza ha fatto lo stesso: le grandi banche centrali (come la Banca Centrale Europea o la Federal Reserve americana) hanno utilizzato simulazioni finanziarie estreme derivate dal framework della Network for Greening the Financial System(NGFS) chiamate “Hot House World ” per testare la tenuta di banche, assicurazioni e mercati. Se da un lato è normale che tecnici ed istituzioni finanziarie ipotizzino lo scenario peggiore nei climate stress test per valutare resilienza di infrastrutture, banche e sistemi finanziari, resta il dubbio di quanti abbiano scambiato quell’estremo teorico per la realtà più probabile.
L’impatto di questo aggiornamento scientifico è enorme e si legge chiaramente nei nuovi numeri: nel nuovo scenario “peggiore” (High, H, del CMIP7) modificato dagli scienziati, il picco massimo di emissioni di CO2 previsto per il 2100 è stato tagliato da 128 a 71 miliardi di tonnellate di CO2 annue, una riduzione del 45% rispetto ai precedenti “scenari peggiori”. Una riduzione del tetto delle emissioni del 45% che cambia radicalmente anche le temperature attese: lo scenario High si attesta ora intorno ai 3.0°C di riscaldamento, un calo drastico rispetto ai 3.9°C – 4.4°C della generazione precedente. Restano tuttavia delle significative perplessità: persino questo nuovo scenario “peggiore” continua a basarsi su proiezioni demografiche che ipotizzano tra gli 11 e i 13 miliardi di persone nel 2100, un dato che molti analisti considerano ancora ai limiti della realtà.
Lo scenario più comunemente utilizzato nella ricerca climatica dell’ultimo decennio prevede che la popolazione mondiale raggiungerà i 12 miliardi nel 2100 e continuerà a crescere. Questo contrasta nettamente con le aspettative delle stesse Nazioni Unite che prevedono un picco di popolazione di circa 10 miliardi entro metà 2080, seguito da un calo. Secondo l’UN Population Division nel 2025 il tasso di fertilità mondiale è stato di 2,24 e si prevede che scenda sotto 2,1 intorno al 2050: soglia che segnala la futura contrazione della popolazione mondiale, che si prevede raggiungerà i 10,3 miliardi nel 2084. Le proiezioni della popolazione globale nel 2050 variano da 8,9 miliardi a oltre 10 miliardi, con tassi di fertilità tra 1,61 e 2,59. Non a caso nello ScenarioMIP si sottolinea come questo nuovo scenario “High” non deve essere interpretato come una proiezione “business-as-usual”, ma come un esperimento teorico o un esercizio “cosa succederebbe se“. Serve a esplorare i rischi estremi derivanti da un ipotetico smantellamento delle politiche climatiche attuali o come esperimento esplorativo per testare i limiti del sistema climatico, piuttosto che proiezioni plausibili del nostro futuro.
Il passaggio al CMIP7 è un’evoluzione verso una scienza più onesta. Eliminando l’apocalisse predefinita questa “comunità scientifica” cerca di superare il “disastro inevitabile” per consegnarci una (nuova) battaglia “possibile”: non più salvare il pianeta da un’improbabile fine del mondo a +4°C, ma governare e ridurre i danni di uno scenario intermedio a +2.5°C, che rimane comunque potenzialmente devastante per ecosistemi e società. Questa evoluzione ci serve anche a comprendere come i modelli climatici siano una versione semplificata del mondo reale, che ci aiutano a testare i meccanismi e stimare i cambiamenti futuri, ma che restano un modello: non il mondo reale.
Il problema inizia quando la società tratta la versione modellata del sistema come se fosse il sistema reale.
Giovanni Brussato
ingegnere






