TEMPERATURE E CRIMINI

Le alte temperature hanno un effetto negativo sul funzionamento cognitivo e sul comportamento, in modo particolare se associate a un alto tasso di umidità. Quando il caldo è eccessivo, la funzionalità cerebrale diminuisce perché molta energia viene spesa per la regolazione della temperatura interna. Questa viene mantenuta in un intervallo accettabile e compatibile con la salute, evitandone un innalzamento oltre misura sotto l’effetto di quella esterna. L’energia che resta a disposizione è quindi ridotta, con implicazioni sulle capacità cognitive: diventiamo più rallentati, meno lucidi, meno concentrati; siamo meno capaci di riflettere, di analizzare un problema o una situazione. Il cervello, dovendo fare economia, utilizza maggiormente delle scorciatoie per valutare e prendere decisioni, con un maggior rischio di commettere errori.
La zona del cervello che risente maggiormente delle alte temperature è la corteccia frontale, quella deputata alla pianificazione e al controllo del comportamento. Ci sentiamo perciò più confusi e con i freni inibitori più allentati. Di per sé il caldo eccessivo è una condizione stressante che fa sentire a disagio e ci irrita, perché siamo costretti a subirlo senza poter far molto. Ma, oltre a questo, di fronte a temperature elevate, il corpo aumenta la produzione di testosterone e adrenalina, che se da un lato aiutano a regolare la temperatura interna, dall’altro favoriscono i comportamenti aggressivi, impulsivi e violenti.
Anderson e DeLisi hanno confrontato i dati dell’FBI “Uniform Crime Reports 1950-2008” relativi ai crimini violenti (tassi di omicidio e aggressione per 100.000 persone) e criminalità non violenta (tassi di furto con scasso e veicoli a motore per 100.000 persone) con dati sulla temperatura media annua della National Oceanic and Atmospheric Administration per gli stessi anni. Le temperature medie annuali erano significativamente correlate positivamente con i tassi di criminalità violenta, ma non con i tassi di criminalità non violenta. Questa relazione persisteva anche dopo aver controllato numerose spiegazioni alternative, come ad esempio i tassi di incarcerazione. I ricercatori hanno stimato, sulla base di questi risultati, che un aumento di 10°C della temperatura media, una stima abbastanza prudente del cambiamento climatico nei decenni successivi, produrrà probabilmente un aumento del 6% dei tassi di criminalità violenta, corrispondente a 34 crimini violenti ogni 100 000 persone.
Nel 1897 il servizio meteorologico americano decise di indagare se vi fosse una relazione tra le condizioni meteorologiche e i comportamenti criminali, e scoprì così un sorprendente legame tra il caldo e i crimini più violenti: i risultati, pubblicati anche sul numero del New York Times del 9 agosto 1897, mostravano che durante l’anno precedente, negli Stati Uniti si erano contati circa 1700 omicidi nel trimestre da gennaio a marzo, mentre nel trimestre caldo, da luglio a settembre, tale numero era salito a 2500, con un incremento quindi di circa il 50%. Più di recente anche gli analisti dell’FBI hanno cercato negli archivi un possibile legame tra le condizioni meteo e i comportamenti criminali, scoprendo così che quando fa più caldo il numero dei crimini violenti aumenta di circa il 20%.
Oltre alle spiegazioni biologiche ce ne sarebbero anche altre, altrettanto importanti, di carattere sociale. Secondo ricercatori dell’Università della Florida, infatti, il maggior numero di crimini commessi sarebbe soprattutto una conseguenza del fatto che, quando fa caldo, le persone passano più tempo fuori casa aumentando le possibilità di contatti interpersonali e le occasioni di commettere crimini.

Cristina Brasi
psicologa, criminologa, analista comportamentale

 

 


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