SETTEMBRE 2025
L’infrastruttura più decisiva del ventunesimo secolo non è una portaerei o all’interno di un silo missilistico: si trova tra le mura di un data center. Queste strutture, in un’era definita dalla competizione tra grandi potenze, dal sabotaggio informatico e dalle incessanti richieste dell’intelligenza artificiale, rappresentano oggi un compendio di potere militare, peso economico e leva geopolitica. Tuttavia la loro enorme impronta energetica li rende esposti a critiche sempre più aspre per i loro consumi idrici ed energetici crescenti.
Ma quando si affronta il tema del consumo d’acqua dei data center è opportuno fare dei distinguo, in particolare circa il consumo indiretto di acqua ossia su quella quota di utilizzo della risorsa idrica dovuta alla produzione di energia da parte delle centrali elettriche. L’acqua e l’energia, che sono alla base delle nostre economie e società, a loro volta sono legate da una reciproca dipendenza: l’acqua è necessaria in ogni fase della produzione di energia, mentre l’energia è essenziale per la l’approvvigionamento ed il trattamento dell’acqua, basti pensare al processo di desalinizzazione dell’acqua marina. Nonostante il suo uso comune, non esiste una definizione formale del nesso energia-acqua e tuttavia questo emerge con evidenza se analizziamo l’impronta carbonica ed idrica di un data center.
Un tema che preoccupa soprattutto le big-tech ansiose di apparire “ecosostenibili”: anche un colosso come Google, da sempre impegnato a documentare i suoi sforzi per la sostenibilità, ha rimosso l’obiettivo di zero emissioni nette di carbonio dal proprio sito web a causa del consumo energetico dei suoi data center per l’IA. Un’analisi dei dati del paese leader per numero di data center presenti nel suo territorio, gli Stati Uniti, rivela come il legame tra l’intensità idrica della produzione di energia e il tipo di fonte con cui l’energia viene prodotta possa condurre ad interpretazioni fuorvianti.
Si stima che nel 2023 i data center statunitensi abbiano consumato complessivamente 176 terawattora (TWh) di elettricità, circa il 4,4% di tutta l’elettricità generata negli Stati Uniti. Secondo i dati del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) il consumo indiretto totale d’acqua per i data center americani è di circa 885.000 metri cubi al giorno pari a circa 2 litri per kilowattora consumato. Ma la stessa analisi, effettuata dal californiano Berkeley Lab, porta ad un risultato sostanzialmente diverso, che stima un valore quasi triplo pari a circa 2,2 milioni di metri cubi ovvero circa 4,5 litri per kilowattora consumato. Un valore del tutto fuori scala se si considera che secondo il National Renewable Energy Laboratory, le centrali termoelettriche consumano circa 1,8 litri di acqua per kilowattora di elettricità generata, una cifra peraltro in linea con i valori dell’USGS.
A portare a risultati così controversi, paradossalmente, è un’energia a basse emissioni di carbonio come quella idroelettrica. Basta infatti che nella vostra analisi dell’impronta idrica dell’energia utilizzata includiate gli effetti dell’evaporazione dell’acqua dai bacini idrici delle dighe idroelettriche e la vedrete balzare all’astronomica cifra di 70 litri per kilowattora prodotto. A questo punto quindi è opportuno chiedersi se abbia senso includere questa evaporazione dell’acqua nella quota di acqua consumata dai data center.
L’evaporazione è qualcosa di intrinseco per un bacino idrico che se da un lato aumenta il livello di evaporazione dell’acqua rispetto a un fiume, dall’altro consente di disporre di più acqua dolce per l’uso umano, immagazzinando l’eccesso nelle stagioni delle piogge per l’utilizzo nelle stagioni più secche. Questo a prescindere dalla produzione di energia: l’evaporazione quindi andrebbe intesa come una conseguenza necessaria della fornitura di acqua dolce.
Ciò che emerge è come la stime del consumo d’acqua dei data center vadano lette con attenzione: il consumo di acqua dipende (anche) dal tipo esatto di energia utilizzata e da come viene effettuata la contabilizzazione delle energie rinnovabili.
Personalmente vedo nei metodi utilizzati per produrre queste stime una tattica comunicativa più vicina al “cherry picking”, per fornire il valore massimo possibile per il consumo di acqua dei data center, che un’analisi oggettiva.
Giovanni Brussato
ingegnere






