OTTOBRE 2025
Nel cuore di un comparto che muove capitali enormi e che troppo spesso diventa terreno fertile per interessi criminali, la gestione dei rifiuti continua a rappresentare una delle partite più complesse per l’Italia. A lanciare l’allarme è Claudia Salvestrini, direttrice generale del Consorzio nazionale PolieCo, che da quasi vent’anni analizza e denuncia i meccanismi con cui un settore centrale per l’economia circolare si trasforma in un business appetibile per le mafie e per un’imprenditoria sempre più spregiudicata.
Salvestrini sottolinea come lo scenario sia profondamente cambiato: i traffici illeciti non passano più soltanto dalle classiche discariche abusive o dai viaggi clandestini di camion carichi di rifiuti, ma si nascondono dietro strutture societarie legittime, vere e proprie holding capaci di produrre utili milionari. Un terreno in cui la ’ndrangheta, con il fiuto per i nuovi affari, ha saputo inserirsi anche nel mercato dei certificati verdi e bianchi, mentre crescono i profitti legati allo smaltimento dei rifiuti ospedalieri e gli intrecci con la criminalità albanese.
La manager del PolieCo, incontrata a margine della 17esima edizione del Forum Internazionale sull’Economia dei rifiuti, promosso dal Consorzio con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, smonta facili semplificazioni, denuncia falle nei controlli e avverte: senza un rafforzamento delle norme e degli strumenti di vigilanza, il sistema rischia di aprire la strada a nuove e pericolose derive.
Per quale motivo si continua a parlare di ecomafie?
Perché sbagliamo: ormai è un termine abusato, introdotto qualche anno fa perché il fenomeno, meno conosciuto e forse anche meno – diciamo – maneggiato con cura dagli addetti ai lavori, fu coniato, come ricorderete, da Legambiente, per indicare le mafie collegate a reati ambientali. Adesso io parlerei più che di ecomafie, di imprenditoria deviata e organizzata come le mafie, che è una cosa un po’ diversa. Io, ormai, è dal 2006 che mi occupo dei traffici illegali e, come abbiamo visto anche recentemente con gli ultimi reati, quasi tutti vedono la partecipazione di imprenditori che si muovono organizzati come delle mafie, come delle famiglie, per fare i loro traffici più o meno illegali.
Quindi c’è stata una sorta di evoluzione nei reati ambientali?
Assolutamente sì. Teniamo conto che in questi anni si è passati da un traffico totalmente illegale, che partiva già illegalmente – quindi senza autorizzazioni, senza alcun tipo di verifica societaria – mentre oggi invece si parte da società totalmente legalmente costituite, autorizzate a fare quel tipo di lavoro, e che però, strada facendo, fino a destinazione finale, sfocia nell’illegalità.
Ma quindi sono società partecipate dalla criminalità organizzata?
Oggi la società che fa questo tipo di traffici, visto che guadagna decine di milioni di euro, è appetibile anche per i gruppi criminali organizzati. Se n’è resa conto, qualche anno fa, la ’ndrangheta, che non avrebbe mai pensato di investire nel settore ambientale, visto quanto guadagna con la cocaina; adesso invece si è insinuata nelle attività collegate al traffico dei rifiuti.
La ’ndrangheta si è quindi inserita nel traffico dei rifiuti con tutta la sua forza economica?
Assolutamente sì. Sappiamo molto bene che la ’ndrangheta è soprattutto una holding economica che si è buttata anche nel traffico dei “certificati verdi e bianchi”, titoli negoziabili basati su efficienza energetica e uso delle energie rinnovabili, che costituiscono un’enormità di guadagno per chi li possiede. La ’ndrangheta si infiltra acquistando società in difficoltà economica: le rileva immettendo liquidità e ne diventa proprietaria. In questo modo si assicura la disponibilità della materia prima, cioè i rifiuti, che può trasformare in combustibile, riciclare o esportare anche illegalmente. Alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Dda di Milano negli ultimi anni restituiscono uno scenario preoccupante dal punto di vista delle infiltrazioni nel business dei rifiuti al Nord.
Di quali rifiuti parliamo e dove finiscono?
I rifiuti coinvolti nei traffici illegali sono pressoché tutti. C’è una graduatoria: si parte dalla carta, la plastica, rottami ferrosi e non ferrosi. E poi c’è l’annoso problema, che sembra essersi dimenticato quasi tutta l’Italia: io oggi non so, e mi chiedo, dove vadano a finire i rifiuti ospedalieri.
Ma quindi i rifiuti ospedalieri possono essere un altro business milionario?
Certamente, ed è un settore enorme. Basti pensare che lo smaltimento regolare dei rifiuti ospedalieri può arrivare a costare fino a 1.000 euro a tonnellata. Se invece vengono smaltiti in modo illegale, il costo si abbatte drasticamente e il margine di guadagno diventa enorme.
Quali sono le altre organizzazioni criminali, oltre alla ’ndrangheta, coinvolte in questo enorme business?
La camorra è sempre stata presente: storicamente è la “titolare” del settore dei rifiuti. E’ stata la camorra a creare il know how di affari illeciti legati all’immondizia. In misura minore, ma in comparti molto redditizi, anche Cosa Nostra ha avuto un ruolo. Basti pensare ad alcuni stabilimenti andati a fuoco, dove sono emersi collegamenti con esponenti di spicco della mafia catanese.
E la mafia albanese, che ruolo ha?
La mafia albanese è coinvolta soprattutto nei traffici collegati. Fino a qualche anno fa l’Albania accettava rifiuti dall’Italia; oggi i confini sono chiusi, ma alcuni carichi continuano ad arrivare. Sono ingenti le quantità di css (combustibile da rifiuto) che vedono come destinazione proprio il territorio albanese. A gestire questi traffici, in molti casi, ci sono esponenti della comunità albanese insediata in Italia da tempo, che in molti casi diventano la base logistica per i collegamenti tra i due Paesi.
A proposito di css, il Polieco ha assunto una posizione molto critica su un recente disegno di legge…
Il disegno di legge semplificazioni, approvato lo scorso mese di agosto dal Consiglio dei ministri sulle regole di utilizzo del combustibile da rifiuti Css negli impianti produttivi tenderebbe ad alleggerire l’impiego nei cementifici e io ritengo che questa misura finirà per ripercuotersi negativamente sulla filiera del riciclo e della produzione di manufatti in plastica riciclata, con la sottrazione di materiali che potrebbero essere valorizzati e non bruciati.
Ci sono dei buchi legislativi? Se sì, cosa bisognerebbe fare?
L’Italia ha già un numero altissimo di leggi ambientali, probabilmente più di qualsiasi altro Paese. Il vero problema non è la mancanza di norme, ma la debolezza dei controlli. Bisognerebbe potenziare gli organi preposti, aumentando non solo il numero degli addetti, ma anche le risorse economiche a disposizione. Le limitazioni per le verifiche nei porti rappresentano un grave problema: lì i controlli sono indispensabili, e invece le dogane sono state messe nella condizione di non poter operare pienamente. In questi giorni si sta consumando un acceso dibattito sul nuovo decreto “Terra dei fuochi” che inasprisce pene e responsabilità in materia di abbandono e gestione illecita dei rifiuti, sebbene la prima versione prevedesse misure più rigide. Sicuramente gli ecocriminali vanno colpiti duramente ma se non si lavora sulla prevenzione, sulle criticità che portano allo smaltimento illegale, ben poco potrà davvero cambiare.
Stefano Piazza
vicedirettore Ius101.it






