Il carbone è ritornato al centro della politica energetica con il riaccendersi della discussione circa il phase-out delle centrali a carbone ancora in esercizio nel Paese entro gennaio 2026. Mentre la sinistra ambientalista ne invoca la chiusura, quasi fosse un atto dovuto, è opportuno, prima di farsi travolgere dal fervore ideologico, fare qualche semplice considerazione: la prima è che una delle due centrali in questione, quella di Torre Valdaliga Nord, è in funzione da soli 15 anni ed uno degli impianti più moderni ed efficienti dell’intera Europa. Finché continuano a funzionare le centrali tedesche a lignite, i cui benchmark non sono nemmeno vicini al livello della nostra centrale, non si comprende perché dovremmo privarcene. Inoltre, le tensioni sul fronte dell’energia, come ha dimostrato il picco del gas a febbraio, non sono scomparse ed è opportuno ricordare come, nell’inverno del 2022, queste centrali hanno contribuito alla sicurezza energetica del Paese. A chiarire il futuro delle centrali a carbone italiane ci ha pensato il Ministro Pichetto Fratin che ha optato per tenere in stand-by le nostre centrali a carbone senza farle produrre energia poiché il quadro geopolitico presenta ancora delle evidenti tensioni dal lato dell’offerta. A pensarla come il Ministro ci sono Flavio Cattaneo, a.d. di ENEL, che è il “proprietario” delle centrali, e soprattutto Claudio Descalzi, a.d. di ENI, che invece avrebbe tutto l’interesse a sostituire il carbone con il metano (di ENI). Ad accendere i riflettori sul carbone è stata l’uscita del Rapporto di adeguatezza di Terna per il 2025: che se da un lato spiega come l’eventuale dismissione delle due centrali non inciderebbe sull’adeguatezza del sistema elettrico dall’altro attua una serie di condizioni.
L’adeguatezza non è un semplice sostantivo ma viene declinata attraverso un’unità di misura nota come LOLE, cioè probabilità di perdita del carico, ovvero di blackout.
La normativa italiana definisce adeguato un sistema elettrico quando il numero di ore di LOLE è minore o uguale a 3 che, in altre parole, significa che esiste una probabilità dello 0,03% che almeno un consumatore venga staccato dalla rete per motivi di adeguatezza. Ai fini dell’adeguatezza non tutte le fonti (di energia) sono uguali: quelle termoelettriche contribuiscono alla sicurezza della rete elettrica 10 volte di più delle rinnovabili intermittenti, eolico e fotovoltaico. Non a caso il margine di adeguatezza della nostra rete elettrica, ovvero la differenza tra la capacità disponibile di generazione di energia elettrica ed il fabbisogno energetico complessivo del paese, sta progressivamente scemando: si è passati dai 25 gigawatt (GW) del 2014 ai 0,5 GW del 2021 fino allo zero del 2022 dove il nostro Paese ha rischiato un grave blackout.
La principale causa è la riduzione del parco di generazione termoelettrico per fare spazio ad eolico e fotovoltaico. Ad aggravare la situazione possono intervenire i fenomeni meteorologici, come quelli dell’estate del 2022 quando, a causa delle alte temperature, si è verificato il combinato disposto di una forte domanda ed un’insufficiente portata dell’acqua per il raffreddamento delle centrali: a salvarci sono state le importazioni di energia dagli altri Paesi. L’Italia, nel 2024, è risultata, secondo i dati dell’ENTSO-E (European Network of Transmission System Operators for Electricity) il maggior importatore di energia elettrica di tutta l’Unione europea: abbiamo importato circa 50 terawattora (TWh) dall’estero evidenziando, una volta di più, la nostra dipendenza energetica dalle forniture di altri Paesi. E mentre ci sentiamo ripetere che potremmo avere una rete elettrica alimentata al 100% da rinnovabili è opportuno prendere atto di alcuni fatti. Continuare ad installare pale eoliche, pannelli fotovoltaici e batterie determinerà una sostanziale riduzione delle ore di funzionamento del parco di generazione termoelettrico. Se non sovvenzionate, attraverso il Capacity Market, queste centrali sarebbero a rischio di dismissione per insostenibilità economica. Ingenuamente si potrebbe ritenere il problema irrilevante: stiamo sostituendo le fonti energetiche ed è quindi normale che le centrali a gas vengano dismesse per lasciare spazio ad eolico e fotovoltaico. Ora Terna spiega che il phase out dal carbone è possibile se non ci saranno dei picchi anomali nella domanda elettrica negli anni a venire e che vengano installate tutte le pale e pannelli che “ci chiede l’Europa” devastando l’unico vero asset del turismo italiano ovvero il nostro paesaggio. Dopo di che, verrebbe da pensare, saremo traghettati nel nostro nirvana climatico. Falso. Qui che entra in gioco l’adeguatezza della rete e quindi servono ulteriori condizioni abilitanti che dipingono con più chiarezza il quadro dei costi dell’ideologia verde.
E’ inoltre necessario che entrino in esercizio le centrali selezionate nell’ambito del Capacity Market: forse non è chiaro a tutti che nel nostro Paese sono in fase di costruzione o autorizzativa circa 24 nuove centrali a gas. Naturalmente non si possono dismettere le attuali centrali in esercizio ed è necessario che i nostri amici francesi non ci facciano degli scherzi e continuino a fornirci la loro energia (nucleare). Altro trascurabile dettaglio dovremo investire decine, sperando non diventino centinaia, di miliardi di euro per rendere la nostra rete elettrica, che funziona benissimo, adatta a supportare l’intermittenza di eolico e fotovoltaico. Naturalmente tutto ciò non per una rete 100% rinnovabili, come qualcuno cerca di far credere, ma per una rete al 15% rinnovabili poiché Terna spiega che comunque, al 2035, la nostra flotta di centrali termoelettriche operative avrà una potenza complessiva di 52 GW cioè il 15% in meno di quella attuale. In quell’anno avremo anche installato circa 100 GW di impianti solari e circa 37 GW di impianti eolici (sia offshore che onshore).
Di fatto due sistemi elettrici in parallelo di cui lascio al lettore l’onere di intuire chi li pagherà.
Forse ora le motivazioni della decisione del Ministro paiono più chiare e razionali di fronte alla possibilità che la messa a regime di qualcuna delle 24 centrali a gas possa non andare a buon fine o che Marine Le Pen dovesse inaspettatamente vincere le elezioni francesi e dare seguito ai suoi propositi di smettere di venderci (a prezzi sostenibili) l’energia prodotta dalle centrali nucleari francesi. Così mentre imperversa il dibattito tra i profeti del sole e del vento e coloro che vedono nella fisica dell’atomo l’unica strada realistica per garantirci un futuro a basse emissioni di carbonio, o anche semplicemente un futuro, sarà ancora il carbone l’ultima spiaggia della nostra sicurezza energetica.
Giovanni Brussato
ingegnere






